Il Sole 24 Ore, 7 marzo 2017
Sui numeri Li Keqiang si scopre «possibilista»
Il quarto discorso del premier Li Keqiang alla Plenaria del Parlamento cinese è, per una complessa serie di ragioni, forse quello più privo di mordente rispetto ai precedenti. Il presidente Xi Jinping, ben piazzato al centro della fila che conta, non sprizza entusiasmo durante l’estenuante lettura delle 42 pagine dense di numeri e statistiche. I suoi compagni di banco ne approfittano per scambiarsi battute sottovoce: parlottano da un lato Hu Chunhua e Guo Jinlong (capi del partito del GuangDong e di Pechino) e all’altra estremità Sun Zhencai e Xu Qiling (numeri uno a Chongqing e nell’aviazione). I tempi dell’immobilismo totale sembrano in fase di superamento o forse è la tensione ormai palpabile per quello che succederà nelle stanze del potere nei prossimi mesi lungo la strada del 19esimo Congresso del Partito. Gran parte della nomenklatura di questa quinta tappa del 12esimo Congresso nazionale del Popolo cinese sarà archiviata e, fatto salvo il core leader, il secondo quinquennio sarà dominato da una nuova classe dirigente.
Ciò che conta è che nel Work report del premier non c’è l’atteso dettaglio dell’incremento 2017 della spesa militare, un’assenza insolita che ha dominato il day after del discorso di Li dopo l’annuncio di un aumento del budget del 7 per cento. In una congiuntura estremamente complessa, la variabile difesa diventa un punto essenziale nella pianificazione economica e non soltanto di quella cinese.
Il documento del Governo formato 2017 è peraltro intriso di un insolito possibilismo, a partire da quel 6,5% di crescita programmata del Pil che, per la prima volta, potrà anche essere superiore. Mai s’era vista simile specifica che suona come un voler mettere le mani avanti proprio in caso di scivoloni al di sotto della percentuale programmata.
Negli anni scorsi il numero definito nel Work Report doveva rimanere assolutamente confermato, a qualsiasi costo, ma i tempi cambiano: forse anche Pechino inizia a pensare che con un interlocutore come Donald Trump pianificare a corto o cortissimo raggio è una necessità. Il resto del Work Report è, come sempre, ben infiocchettato con i numeri precostituiti tipici dell’economia pianificata. Fa specie che mentre Li annunci un taglio consistente del roaming sulle chiamate mobili, si affrontino temi legati alla povertà che ancora assilla ampie zone della Cina, specie in quelle a più alta tensione sociale. Interessante, tuttavia, lo slancio verso l’apertura ai capitali stranieri.
Ma già oggi la Camera di commercio europea in Cina presenta un report dedicato alla Manifattura 2025 con il quale viviseziona il programma cinese ideato per elevare il livello qualitativo della manifattura e lo compara con industria 4.0. Il Sole 24 Ore ha potuto esaminare in anticipo il documento che, al contrario, evidenzia tutti i limiti nell’accesso delle realtà straniere nel mercato cinese. Una sorta di contro Work Report che segnala, tra l’altro, tutti i ritardi nelle riforme cinesi dei quali il presidente Xi Jinping è ben consapevole. Al punto da imboccare la strada della concentrazione dei poteri per rimuovere un problema atavico della società cinese: la capacità di ampi settori dello Stato di sabotarsi a vicenda in un gioco infinito, senza limiti di tempo.