La Gazzetta dello Sport, 7 marzo 2017
Jacovacci, i pugni del nero di Roma che il fascismo non riusciva ad accettare
La prima del film «Il pugile del duce», che racconta la sua storia, è in calendario per stasera, all’Auditorium Parco della Musica di Roma. A qualche decina di metri dalla scena madre della sua vita sportiva, il derby per il titolo europeo dei pesi medi con Mario Bosisio. Leone Jacovacci salì sul ring nello stadio del Pnf, il «papà» del malconcio stadio Flaminio di oggi: folla, gerarchi, gente che in quei giorni non parlava d’altro, il romano nato in Congo contro il milanese, il nero contro il bianco, «Il Littoriale» contro la «Gazzetta», l’italiano «meno vero» come scriveva qualcuno e pensavano in molti, che sfidava l’italianissimo. Il tutto raccontato dalla prima radiocronaca italiana di pugilato. Era il 24 giugno del 1928. Fu una battaglia. La vinse Jacovacci, figlio di Umberto e Zibu, tante vite in una, primi anni in Congo, prima scuola a Viterbo, primi match in Inghilterra quando diventò per un certo periodo Jack Walker.
NERO DI ROMA La storia di Leone, un giorno «demolitore di uomini» e un altro «pugile senza cattiveria», è soltanto faticosamente italiana. Mauro Valeri, lo storico più impegnato nel documentare il razzismo nello sport, gli ha dedicato il libro «Nero di Roma». La traccia da cui Tony Saccucci ha realizzato «Il pugile del duce» grazie anche alle immagini bellissime dell’Istituto Luce. La storia di Leone è, parole di Valeri, un «giro dell’oca taroccato» in cui ogni volta, Jacovacci vedeva allontanarsi il traguardo dell’italianizzazione. In realtà il fascismo a un certo punto sembrò tollerare la sua storia. Ma alla lunga proprio quel successo con Bosisio fece saltare il banco.
ATLETI DEL DUCE Erano gli anni in cui il regime cominciava a investire massicciamente sull’educazione fisica e sullo sport. Il sopralluogo allo «Stadio» prima del match l’avrebbe fatto in persona Augusto Turati, il segretario del partito e presidente del Coni, una grande passione per la scherma, personaggio molto in alto nella nomenclatura in quella fine degli anni ‘20 per poi sprofondare grazie a una campagna scandalistica dei suoi colleghi e finire addirittura in manicomio. Una delle figure tratteggiate nel volume «Gli atleti del duce», un documentato e originale viaggio di Enrico Landoni nei vent’anni dal 1919 al 1939: dagli «arditi del popolo» reduci dalla prima guerra mondiale, primo pubblico su cui costruire una nuova Italia sportiva, ai miti vincenti di Carnera e della nazionale di calcio due volte mondiale. Passando per il grande investimento in impianti e la ondivaga politica rispetto alla sport femminile. Fino all’orrore delle leggi razziali. Si chiamava Leone (a Roma, però, era noto come Lelletto) anche un altro pugile, Efrati, che arrivò a combattere pure per il Mondiale prima di diventare una delle tante vittime della Shoah, ad Auschwitz, dove la ferocia nazista lo costrinse a combattere sul ring prima di mandarlo a morire in una camera a gas.
SANGUE E ORGOGLIO Per fortuna, Leone Jacovacci non fece la stessa fine. Anche se proprio quando tutto sembrava essersi messo tutto sul binario giusto, con la vittoria con Bosisio, ricominciarono i guai. Il «non essere italiano vero», parole che non lo mollavano mai, cominciò a rovinargli la carriera. Tanto tempo prima delle medaglie di Fiona May, di Carlton Myers portabandiera olimpico a Sydney, fino all’anticamera di Mario Balotelli prima di diventare italiano, ci fu questo pugile che bucò l’immaginario del Paese. Nonostante frasi del genere sui giornali: «Quelle poche gocce di sangue negro che gli scorrono nelle vene non gli fanno sentire il morso dell’orgoglio».
PORTIERE DI NOTTE Eppure la boxe aveva già raccontato un bel po’ di orgoglio nero. In tempi diversi, Leone era stato sparring partner del francese Georges Carpentier e del suo mitico avversario, il franco-senegalese Battling Siki, nero come lui. Una di quelle storie che forse Jacovacci avrà raccontato anche tanta Italia dopo, in quella periferia di Milano in cui faceva il portiere di notte. Sognando i match con Bosisio, e quelli con l’Italia che non lo voleva.