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 2017  marzo 07 Martedì calendario

Turchia, una democrazia islamica

Approfittando del fallito colpo di stato militare del 15 luglio 2016, Recep Erdogan ha indetto per il prossimo 16 aprile un referendum finalizzato a ridisegnare la Costituzione turca per instaurare un nuovo regime iper-presidenziale, che consegnerà tutti i poteri al capo dello Stato. Il presidente potrà legiferare per decreto, decidere il bilancio, proclamare lo stato d’emergenza e nominare tutte le cariche dello Stato, compresi i magistrati; sarà inoltre capo delle forze armate e dei servizi segreti e assumerà la direzione dell’Akp. La nuova Costituzione sopprime ogni contropotere: i ministri dovranno rispondere solo al presidente, e il parlamento sarà ridotto a semplice camera di registrazione. La giustizia e la Corte costituzionale saranno private di ogni residuo d’indipendenza.
Nel complesso, oltre ad abolire la democrazia, la nuova Costituzione cancellerà gli stessi principi sulla cui base Mustafa Kemal aveva rifondato, nel 1923, la Turchia moderna: la laicità, la separazione dei poteri politico e religioso. Si creerà così una democratura islamica, che avrà per simbolo lo stravagante palazzo presidenziale, costato più di 600 milioni di dollari, che Recep Erdogan ha fatto costruire ad Ankara per celebrare la propria gloria.
Il colpo di stato legale ha avuto inizio all’indomani stesso del tentativo di putsch. L’instaurazione dello stato d’emergenza permanente ha trasferito i poteri al presidente. Tucidide l’aveva detto: «È nella natura dell’uomo voler estendere il proprio potere ovunque non trovi resistenza». Di fatto, Erdogan ha intrapreso la distruzione sistematica di qualunque persona, impresa o istituzione suscettibile di resistergli. Più di 45mila persone sono state incarcerate nel più totale arbitrio. Il governo ha fatto licenziare 130mila funzionari e ordinato la chiusura di 2.100 scuole o università e di 149 media. Il sistema scolastico, i media e le reti sociali subiscono un regime di censura che non ha risparmiato neppure il Premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk. In campo economico, circa 10 miliardi di dollari di attivi sono stati confiscati e affidati a oligarchi vicini al presidente, mentre le partecipazioni alle società quotate sono state trasferite d’autorità ai fondi sovrani per finanziare i grandi lavori voluti dal Capo dello Stato.
Di fatto, la Turchia presenta tutti i tratti della democratura, secondo il modello elaborato da Vladimir Putin: accentramento di tutti i poteri nelle mani di un uomo forte, oggetto di culto della personalità; fusione tra Stato, partito dominante, forze armate e servizi segreti; controllo dell’economia da parte di oligarchi personalmente legati al Capo dello Stato. La società è setacciata e i media messi al passo, nel contesto di una gigantesca azione di propaganda che esalta il nazionalismo e la religione (sunnita). Il clima è di guerra civile all’interno e di espansione imperiale verso l’esterno, con l’operazione “Scudo dell’Eufrate” in Siria e la mobilitazione delle masse contro l’Occidente.
L’avvento di questa democratura ha conseguenze di grande rilievo non solo per la Turchia, ma per l’intero sistema internazionale. L’economia, che si è isolata, è in caduta libera. Al tempo stesso è venuta meno la pace civile, con la divisione e polarizzazione del Paese e il moltiplicarsi degli attentati islamisti e la ripresa da parte di Ankara delle azioni armate contro i curdi. Sul piano internazionale, la Turchia partecipa all’azione dispiegata dalla Russia per la creazione di una lega delle democrature contro le democrazie. Di concerto con Mosca e Teheran, sta promuovendo una spartizione della Siria in zone d’influenza, e cerca di favorire l’uscita degli Usa dall’Iraq nell’intento riconquistare il Kurdistan. E al tempo stesso strumentalizza i rifugiati per esercitare pressioni sull’Unione Europea, e soprattutto sulla Germania.
A fronte della triplice rottura – con la democrazia, l’Occidente e la modernità – da parte della Turchia di Erdogan, è imperativo fare chiarezza sul suo status rispetto alla Nato, e soprattutto alle istituzioni europee. La posizione strategica di questo Paese, il suo ruolo chiave in Medio Oriente e la sua economia emergente giustificano un partenariato volto a gestire interessi convergenti. L’accoglienza dei rifugiati deve comportare i conseguenti aiuti finanziari. D’altra parte, l’Europa non può non prendere atto del venir meno di una comunità di destino e di valori con la Turchia, interrompendo di conseguenza il processo di adesione all’Unione, e sospendendo la partecipazione di Ankara al Consiglio d’Europa. Tra democrazia e democratura islamica è necessario scegliere.
L’autore è editorialista del quotidiano francese Le Figaro Traduzione di Elisabetta Horvat