la Repubblica, 7 marzo 2017
L’amaca di Michele Serra
Si capisce il conforto di chi, come la madre di Fabiano Antoniani, può salutare in chiesa il figlio che ha deciso di morire. Più in generale, l’idea di una chiesa (e di una Chiesa) accogliente, e non respingente, è più rassicurante per tutti, credenti e non. Eppure rimane, in questa come altre vicende, la sensazione di una non richiesta identità d’animo, e di vedute, e di comportamenti. Nei due sensi: come se alla tradizionale e soffocante ingerenza della Chiesa nei confronti dei non cattolici, si sommasse quella dei non cattolici nei confronti della Chiesa. Chi sceglie di non sottostare a regole e dogmi nei quali non crede, deve fare senza. Perché lo ha scelto; e perché la rinuncia a quelli che una volta si chiamavano “i conforti della religione” non deve sembrargli una menomazione; semmai una conquista. Alla Chiesa è giusto chiedere di non intromettersi nelle leggi dello Stato, che sono di tutti. Più discutibile è pretendere che quella comunità si adegui a convincimenti, costumi e sentimenti che esistono (eccome se esistono) comodamente al di fuori di quella stessa Chiesa. È come se moltissimi laici, sotto sotto, si sentissero transfughi in cerca di comprensione e di perdono. Bisognerebbe abituarsi meglio a una rispettosa diversità di vedute: gli uni amici degli altri, ma senza obblighi.