La Stampa, 7 marzo 2017
Rivoluzione su due ruote. È l’anno zero del ciclismo
Una rivoluzione a due ruote, l’anno zero del ciclismo. Con la Parigi-Nizza già in corso e alla vigilia della Tirreno-Adriatico, la stagione entra nel vivo e propone già alcuni scontri diretti (Contador e Froome nella prova francese, Nibali, Aru a Quintana nella Corsa dei Due Mari) in attesa della prima Classica Monumento, la Milano-Sanremo di sabato 18 marzo. Ma che stagione sarà? Sicuramente molto diversa dalla precedente. E non c’entrano per una volta i possibili protagonisti o le imprese sportive, i pronostici o i risultati, ma la geografia stessa del ciclismo mondiale e la composizione sempre più eterogenea del gruppo, mai così multinazionale e poliglotta. Non a caso la nuova lingua ufficiale è diventata l’inglese e non più il francese, da quando Francia, Belgio e Italia non rappresentano più il feudo antico e saldo intorno al quale si sviluppava tutta l’attività professionistica. I numeri a fianco aiutano a comprendere un fenomeno di globalizzazione che ha allargato incredibilmente i confini del World Tour, cioè la F1 o il MotoGp della bicicletta. Le 38 corse «mondiali», 10 in più rispetto al 2016 (fra le nuove entrate c’è la Strade Bianche appena disputatasi), sono distribuite addirittura in 45 nazioni diverse: dal Sud America alla Cina, dagli Usa all’Australia, dal Canada agli Emirati Arabi.
Tanti ritiri eccellenti
E pensare che solo una trentina di anni fa tutto si svolgeva nel Vecchio Continente, tra Italia, Francia, Belgio, Spagna e Olanda. Anche nei corridori i cambiamenti sono sempre più rapidi e importanti. A fine 2016 un terzo di loro ha cambiato team (compresi big come Sagan, Nibali e Contador), oltre 70 sono usciti dal World Tour e il 41% di quelli presenti oggi non c’era un anno fa. Forse neanche i corridori si conoscono bene tra loro, figuriamoci i media. Per una nuova munifica squadra appena nata (Bahrain Merida), altre due hanno chiuso (Tinkoff e Iam) e una decina di ottimi corridori – come Cancellara, Wiggins, Joaquim Rodriguez, Hesjedal, Rogers – si sono ritirati.
Purtroppo l’Italia – come non era mai successo nella storia del ciclismo – ha perso la sua ultima squadra fra le 18 della serie A del ciclismo mondiale: la Lampre è stata infatti rilevata dagli Emirati Arabi Uniti (Abu Dhabi). Il nostro movimento però sta reggendo bene alla rivoluzione, almeno a livello individuale. Fra i 492 corridori di 45 Paesi (anche di Ruanda, Hong Kong, Taiwan, Cina, Giappone), 61 sono nati in Italia, leader in questa classifica davanti a Belgio, Francia e Spagna. E sono italiani anche 20 tra direttori sportivi e manager (nessun altro Paese ne ha di più) e 9 neoprofessionisti (altro primato, 2ª la Francia con 8). Numeri comunque confortanti per il nostro movimento, che di recente. con Nibali e Aru, è riuscito a rimettere le mani su Giro, Tour, Vuelta e Giro di Lombardia. Ora dovrà cercare di ritrovarsi anche in altre grandi corse di un giorno che non vinciamo ormai da troppi anni: ben 18 per la Roubaix, 11 per la Sanremo, 10 per Fiandre e Liegi, 9 per il Mondiale. Magari cominciando già dalla prossima Sanremo, «prenotata» ieri da Sonny Colbrelli con una volata capolavoro alla Parigi-Nizza.