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 2017  marzo 07 Martedì calendario

Nord Corea il vero test per Trump

Lasciando a Donald Trump le chiavi della Casa Bianca, Barack Obama disse al suo successore: «Abbiamo un grosso problema sul tavolo, da affrontare con urgenza». Il problema si chiamava, si chiama, Corea del Nord. A essere onesti, Obama non stava certo facendo una rivelazione: dai tempi di Clinton in poi, la dittatura nord-coreana ha sempre testato le intenzioni delle nuove presidenze americane sparando un bel missile in mezzo al Mar del Giappone.
Ma è vero che, con il giovane e feroce Kim Jong-un, la piega si è fatta più rapida e più rischiosa. Dal suo eremo di Pyongyang, il leader nord-coreano ha moltiplicato gli esperimenti nucleari e lo sviluppo di missili: il messaggio rivolto all’America è che la Corea del Nord tiene ormai sotto tiro Giappone e Corea del sud, dove sono ancora stanziati 20.000 soldati americani. E un giorno – questa l’intenzione confermata da dispacci del Dipartimento di Stato pubblicati da Wikileaks – si doterà di missili intercontinentali con testate nucleari, capaci di colpire gli Stati Uniti. La maggior parte degli esperti, in realtà, lo considera un bluff: la Corea del Nord, dittatura abbastanza scalcinata e figlia di una guerra combattuta più di mezzo secolo fa, non dispone delle sofisticate tecnologie necessarie. Ma assieme a una quantità di incidenti, almeno in parte dovuti alla cyber war già avviata dal Pentagono, la capacità militare nord-coreana sta anche facendo dei progressi: lo conferma, all’alba di ieri, il lancio simultaneo di quattro missili nel Mar del Giappone. È uno sviluppo che potrebbe indebolire le difese anti-missile (Thaad) degli alleati americani nel Pacifico. E quindi Barack Obama aveva in fondo ragione, avvertendo Trump nel novembre scorso: il primo test internazionale della nuova Presidenza americana è la questione nord-coreana.
I tre poli del problema sono sempre gli stessi, da decenni a questa parte. Primo: il regime di Pyongyang vede nelle capacità nucleari la propria garanzia di sopravvivenza. Secondo: la Cina ha un ruolo decisivo, come ieri ha ricordato Donald Trump. In tutti questi anni, Pechino ha tenuto in vita la dittatura dei Kim per una ragione molto semplice. Ha sempre ritenuto che il programma militare della Corea del Nord fosse meno rischioso, per gli interessi cinesi, di una sua implosione violenta. Dal punto di vista della Cina, infatti, il crollo del regime nord-coreano produrrebbe due scenari possibili ma entrambi sgraditi: una Corea riunificata filo-americana; un’ondata di profughi verso i confini cinesi. Per queste ragioni, Pechino ha difeso nei fatti lo status quo. Terzo: gli Stati Uniti non hanno mai accettato una trattativa diretta con il regime di Pyongyang, per evitarne la legittimazione. Ma così facendo hanno a loro volta perpetuato una situazione che sta diventando insostenibile per il Giappone e per la Corea del Sud.
Se questa è l’eredità che Trump si trova sul tavolo, quali sono le opzioni? Nei mesi da candidato, il fautore dei «deal» ha lasciato intuire di essere disponibile a una trattativa diretta con Kim. Ma dopo essere diventato presidente e dopo le ultime provocazioni nord-coreane, Trump ha apparentemente cambiato registro. Fonti dell’amministrazione hanno fatto filtrare che l’opzione militare è ormai sul tavolo, incluso l’eventuale ridispiegamento di armi nucleari tattiche in Corea del Sud (erano state ritirate nei primi Anni 90). La tesi prevalente è che l’opzione militare assumerebbe la forma di attacchi elettronici e cibernetici, simili a quelli operati assieme a Israele contro le centrifughe nucleari dell’Iran. Ma è un contesto, sostengono ancora gli esperti, in cui ottenere risultati sarà più difficile: la totale opacità del regime «eremita» complica anche la guerra informatica.
Parallelamente, Trump è deciso a giocare una carta cinese, spingendo Pechino ad uscire dalla sua ambiguità verso Pyongyang, in una fase in cui la Cina non più dare per scontato il rapporto con Washington. Qualche segno di movimento c’è. Già irritata dalle provocazioni nord-coreane, la Cina ha interrotto le importazioni di carbone da Pyongyang (ne importa il 70%) infliggendo così una brutta botta economica a un regime che praticamente non produce altro e che vive di nomenklatura, a spese della gente.
Vedremo fino a dove si spingerà la Cina, alle prese con una fortissima incertezza nel rapporto con Washington. Il rischio di tensioni commerciali è evidente; per una Cina in rallentamento economico, non è certo un rischio secondario. L’abrogazione del Trattato sul Pacifico (Tpp) da parte di Trump sarà anche stato un regalo a Pechino; ma lo scenario del nazionalismo americano è, per una Cina altrettanto nazionalista e molto dipendente dall’export, una perdita netta.
Si somma un’America decisa a contenere le ambizioni militari di Pechino nel Mar Cinese meridionale anche attraverso il parziale riarmo dei suoi alleati asiatici, a cominciare dal Giappone di Abe. Nel vecchio triangolo strategico Stati Uniti/Russia/Cina, Pechino comincia a sentirsi il lato sotto pressione; mentre la Russia tende ad avvantaggiarsene. Sullo sfondo, nuove preoccupazioni sulla proliferazione nucleare in Asia orientale, che la gestione del dossier nord-coreano potrà rafforzare o smussare.
In breve: il «grosso problema» della Corea del Nord è più interessante per quello che indica sugli equilibri geopolitici nel Pacifico, all’esordio dell’era Trump, che non come problema in sé. Almeno fino a quando la dittatura di Pyongyang guarderà solo alla propria sopravvivenza.