Corriere della Sera, 7 marzo 2017
Lo staff «incapace», i ritardi, i tradimenti. Tutte le battaglie del Trump furioso
WASHINGTON Alle 18 di domenica sera una pattuglia della polizia blocca il primo tratto di Pennsylvania Avenue, nel centro di Washington. Gli automobilisti aspettano silenziosi, consapevoli. È il rito del fine settimana: qualche minuto dopo ecco il rombo del «Marine One», l’elicottero presidenziale. A bordo Donald Trump rientra da un weekend tumultuoso nella sua residenza di Mar-a-Lago in Florida. È furioso. Se fosse ancora il protagonista dello show «The Apprentice», probabilmente, licenzierebbe tutti i suoi collaboratori.
In realtà è stato proprio lui, Donald Trump, a mandare in corto circuito l’amministrazione, nel giro di quarantott’ore. Sabato 4 marzo, all’alba, ha innescato, via Twitter, una rissa istituzionale mai vista, accusando il suo predecessore, Barack Obama, di aver ordinato di mettere i telefoni della Trump Tower sotto controllo. Da dove aveva preso le informazioni? Dai servizi segreti? Niente affatto. La fonte è Stephen Bannon, il consigliere strategico, che dalla Casa Bianca continua a costruire campagne di stampa con il sito Breitbart News, da cui si è formalmente, ma non sostanzialmente, dimesso qualche setti-mana fa.
Trump, almeno per ora, si fida «al 100 per cento» di Bannon. Anche se venerdì sera, secondo quanto riferisce il Washington Post, aveva piantato in asso anche lui nello Studio Ovale, dopo una sfuriata con tutto lo staff.
Sono giorni di grande tensione per il presidente. Dopo la partenza a razzo delle prime due settimane, il nuovo corso si è come afflosciato. E dato che nel dizionario politico, e anche personale, di Donald Trump non sembra esistere la parola «autocritica», ecco che la frustrazione si converte rapidamente in rabbia nei confronti dei collaboratori.
Nel bunker di Mar-a-Lago, poi, non ci sono filtri e protocolli da rispettare. Sabato mattina Trump li ha riconvocati tutti. Bannon, l’altro consigliere Stephen Miller, il ministro della sicurezza interna, il generale John Kelly. Ma non c’è stato molto tempo per lo svago: Bannon, Kelly e un gruppetto di avvocati hanno passato il pomeriggio e l’intera serata chiusi in una stanza, a lavorare sulla nuova versione del «Muslim ban», il bando sui profughi e i viaggiatori provenienti ora da sei Paesi musulmani.
Sabato sera, racconta, senza voler essere citato, un assiduo frequentatore del resort, «The Donald» è apparso più rilassato, al centro di una tavolata di 10-12 persone, con la figlia Ivanka, il genero Jared Kushner, il ministro del commercio estero, il miliardario Wilber Ross e altri. L’indomani il presidente accende la tv e viene investito dall’ondata di ritorno. I notiziari e i giornali, naturalmente, aprono con le sue accuse a Obama. Trump aveva certamente messo in conto la reazione aspra dei democratici, ma non si aspettava l’imbarazzato silenzio dei repubblicani. Ancora il Washington Post riferisce di uno sfogo tremendo di Trump su Marco Rubio. Solo venerdì scorso il giovane senatore della Florida, sorridente e accomodante, aveva accompagnato il presidente in una scuola elementare di Orlando. Ora, invece, stava dichiarando che non «capiva» dove volesse andare a parare Trump e che comunque non avrebbe partecipato «alla caccia alle streghe».
Ce n’è anche per Jeff Sessions, in piena bufera per i suoi incontri con l’ambasciatore russo, Sergey Kislyak. «The Donald» lo aveva blindato, assicurando che Sessions non aveva fatto nulla di male e che avrebbe mantenuto la gestione delle indagini sulle interferenze russe. E che cosa fa «Jeff»? Annuncia il passo indietro, senza avvisare nessuno alla Casa Bianca, neanche il suo amico, e ora fumante, presidente.