il Fatto Quotidiano, 7 marzo 2017
Scalfari buca con acqua
Leggendo avidamente su Repubblica le sempre croccanti omelie domenicali di Eugenio Scalfari, che partono alternativamente da Socrate, Platone o Aristotele per approdare tramite impervi percorsi logici – non senza qualche puntatina dall’incolpevole Altiero Spinelli in quel di Ventotene – alla santissima quaternità papa Francesco-Mario Draghi-Uòlter Veltroni-Matteo Renzi, ci torna sempre più spesso in mente il camerata Primo Arcovazzi. È l’immortale protagonista de Il Federale di Luciano Salce, impersonato da Ugo Tognazzi: un fanatico e ottuso graduato della Milizia fascista che nel giugno del 1944, con gli americani alle porte di Roma, si reca in Abruzzo per tradurre a Roma il professore antifascista Erminio Bonafè dietro la promessa della promozione a Federale. Arcovazzi parte da Roma a bordo di un sidecar, si carica il prigioniero e riparte verso l’agognato salto in carriera, incurante dei continui incidenti e peripezie del viaggio (“Buca! Buca con acqua! Buca con acqua e fango!”), nonché delle avvisaglie sempre più evidenti del crollo del regime. Dopo una serie infinita di equivoci, si procura e indossa una divisa da Federale fascista, con cui fa il suo trionfale ingresso in una Roma ormai in preda agli Alleati e ai partigiani. Che, vedendolo vestito così, prima lo menano, poi lo mettono al muro per fucilarlo.
Che c’entra Scalfari con Arcovazzi? Per tutti e tre gli anni del renzismo trionfante, fu un fiero antirenziano e non perse una sola domenica senza rifilare a Matteo un manrovescio o un calcione. Tant’è che fummo tentati di offrirgli una collaborazione al Fatto, specie quando iniziò a bombardare la controriforma costituzionale. Denunciava il “dispotismo democratico, autoritarismo o centralismo democratico o egemonia individuale” di Renzi, paragonato a “Napoleone Bonaparte” e a “Bettino Craxi” per l’uzzolo di “governo autoritario” e la fregola di “comandare da solo smontando la democrazia parlamentare”: “demos e kratos hanno significati assai contrastanti e quando prevale kratos, demos fa quasi sempre le valigie”; dunque “se Renzi vince il referendum sarà padrone” e “personalmente – l’ho già detto e scritto – voterò No”: “Caro Matteo, i padroni corrono rischi politici tremendi e farai una vita d’inferno, tu e il nostro Paese”.
Poi, proprio alla vigilia del referendum che avrebbe coronato la vittoria dei suoi (e anche nostri) argomenti, Eugenio Arcovazzi svoltò: “Voto Sì perché il referendum è cambiato”. In realtà il referendum era sempre lo stesso: era cambiato lui. Buca! Indossò l’uniforme di Federale del Sì e si presentò tutto tronfio alle urne traboccanti di No.
Proprio come quei fresconi che il 25 aprile 1945 scesero in strada a Milano in camicia nera, ignari di Piazzale Loreto. Credeva di saltare in extremis sul carro del vincitore, invece era salito su quello del perdente, pochi minuti prima che iniziasse il controesodo. Anche la sua Repubblica, renzianissima fino al 4 dicembre, innestò precipitosa la retromarcia e prese a dire che insomma, si era sempre capito che Renzi era uno stronzo, non ne aveva azzeccata una, signora mia quanti errori, e che arroganza quel parvenu, insomma non se ne poteva più. L’Eugenio però no: anzi, col tipico zelo del neofita cominciò ad accostare Renzi a Cavour, a Garibaldi e chi più ne ha più ne metta, sempre ovviamente a Ventotene e con l’ausilio di papa Francesco, Mario Draghi e Uòlter Veltroni (mancava solo Giovanni Rana). Il povero Matteo, che ai tempi belli, quando aveva l’Eugenio contro, andava a gonfie vele, continuava a grattarsi e a pregare che il Fondatore-Affondatore interrompesse il lungo bacio della morte e prendesse le distanze. Ma quello niente: insisteva. Come se non bastasse la presenza sul suo carro di altri noti portafortuna come Rondolingua e Velardi (per informazioni sui loro poteri jettatorii, chiedere a D’Alema), che sono un po’ l’Eva Braun e la Claretta Petacci del renzismo. Per non parlare di Giuliano Ferrara, che già coi suoi abbracci mortiferi aveva segnato le carriere di Craxi, Berlusconi, Napolitano, Monti, Letta jr., Bush jr., e del ragionier Cerasa, e ora completa l’opera col suo “Royal Baby”.
Nelle ultime due settimane, col papà Tiziano indagato e l’amico Romeo arrestato, Renzi sperava che Scalfari finalmente lo scaricasse. Macché. Due domeniche fa lo affidava nelle sue orazioni nientemeno che a Zeus: “L’Italia e chi la rappresenta in Europa e nel mondo provengono in qualche modo dal figlio che lo Zeus mitologico lasciò ad Europa e da questo non possiamo prescindere… Renzi, avrai un lungo avvenire politico davanti. Sei un uomo di talento e di capacità decisionale ed anche di carisma politico. L’Italia e l’Europa ne sarebbero avvantaggiate sia adesso senza di te sia dopo insieme a te. Grazie”. Buca con acqua! L’altroieri perseverava tirando in ballo financo “Aristotele, allievo polemico di Platone e a sua volta educatore di Alessandro il Grande alla corte di Filippo il macedone”, noti pellegrini a Medjugorje con babbo Tiziano e Carlo Russo. Poi architettava un Risiko personale a base di un improbabile accrocco Pd-Dp-Pisapia-Alfano-Verdini-B. più legge elettorale, premio di maggioranza e soglia di sbarramento ad hoc che, moltiplicati per la radice quadrata di pigreco-erre, ribalteranno senz’altro i sondaggi che danno il Pd sotto il M5S. E chiudeva implacabile: “Quando Renzi si presenterà come un capopartito alle elezioni del 2018 (sempre che sia lui a vincere le primarie e il congresso) io seguirò con molto interesse la sua politica… Il governo Renzi si è già comportato con molta decisione e con alcuni risultati positivi… Per quanto riguarda i temi in gioco posso indicarli con una sola parola: Ventotene”. E te pareva. Buca con acqua e fango!