la Repubblica, 6 marzo 2017
Il piano di Pechino: «Rafforzeremo le nostre difese di mare e di cielo»
PECHINO «Rafforzeremo le difese di mare e di cielo». Bene. «E i controlli alle frontiere». Benissimo. «Aumenteremo la preparazione e la velocità di reazione dell’esercito». Ottimo: ma volete dirci quanto spenderete per tutto questo? Il grande giallo del budget militare cinese si fa sempre più giallo. Donald Trump punta al 10 per cento in più per gli Usa ma la portavoce del Congresso Nazionale del Popolo, Fu Ying, spiazza tutti, le spese crescono solo del 7%, meno ancora del 7.6% dell’anno scorso, che era già il punto più basso dal 2010, la prima volta in un quarto di secolo che il budget non cresceva a due cifre. Washington-Pechino 10 a 7? Macché. Quando poi tocca al premier Li Keqiang, domenica mattina, snocciolare i parametri della Cina che cresce, torna il mistero. «Rafforzeremo», «aumenteremo», «garantiremo». Ma quanti milioni di yuan si è disposti a investire? Neppure uno straccio di cifra resa pubblica: il budget invisibile, nel linguaggio militare “stealth”, come i J-20 e gli Fc-31 di ultima generazione.
Per carità: la Cina ha ragione quando sostiene, come ha fatto l’altro giorno, che le sue spese militari sono solo una frazione del Pil, ora fra l’altro pronosticato al ribasso, più 6.5%. Il fardello sulla crescita sarebbe dunque dell’1.3% contro il 3.3% degli Usa e il 2% degli altri Paesi Nato. Continuiamo il raffronto? L’aumento del 10% promesso da Trump aggiunge 54 miliardi al budget Usa che ha toccato i 600 miliardi l’anno scorso: nello stesso anno i cinesi hanno invece speso 138 miliardi appena. Di che stiamo parlando?
«La verità è che aumento o diminuzione della spesa americana hanno un effetto limitato su quella cinese: il budget di Pechino, come quello di qualsiasi altro Paese, è determinato dalle proprie esigenze particolari e dalle minacce di volta in volta contingenti» dice a Repubblica Rajeev Ranjan Chaturvedy, l’esperto di armamenti dell’università di Singapore. «Prima ancora di fare ogni raffronto tra Usa e Cina uno dovrebbe chiedersi: quali sono le ambizioni militari di Pechino? E su questo non c’è ancora una risposta univoca» dice sempre a Repubblica Bonnie Glaser, direttrice del China Power Project. Sì, in un rapporto di 104 pagine il Congressional Research Service americano si chiede «se nei prossimi anni la US Navy sarà abbastanza grande e capace da contrastare adeguatamente» il Dragone: ma si parla di contrasto qui sul posto, mica sullo scacchiere globale. E un conto è dunque il diritto dei cinesi di difendersi a casa loro, fedeli al mantra comunista che da sempre, ricorda il Financial Times, invita a “non inseguire nessuna egemonia”, e un altro invece coltivare una capacità di offesa che vada al di là del principio di deterrenza: o no?
Resta il giallo del budget. Ma anche qui: dalle cifre sbandierate a Washington a quelle taciute a Pechino, davvero crediamo di poter leggere tutto nei numeri? «Ci sono investimenti che normalmente non figurano sotto la voce di spesa militare: però servono proprio a scopi strategici e di difesa» continua Chaturvedy. «Per esempio: gli isolotti contesi nel mare della Cina del Sud. Oppure il porto di Gwadar in Pakistan. Fanno entrambi parte di quell’ambizioso progetto conosciuto come nuova via della Seta. E sono investimenti che non vedremo mai tra le spese militari di Pechino: anche se si tratta di strutture che servono, appunto, una funzione doppia». Come dice il premier Li Keqiang? «Rafforzeremo le difese di mare e di cielo». Appunto: ma non pretenderete mica che vi sveliamo come.