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 2017  marzo 06 Lunedì calendario

L’ultimo dinosauro. Ross Brawn e il Circus un boss venuto dal passato

Lui, per spiegarsi bene, scomoda concetti di teoria militare, parla di “arte operativa”, cita filosofi cinesi, generali russi e strateghi romani. «Per avere successo – dice occorrono piani, ragionevoli, a lungo termine». I suoi detrattori riducono invece tutto alla “tattica della banana”: «Tutte le volte che la situazione si fa complicata, si ritira, va a pescare e si ingozza delle sue amate banane, mentre aspetta sulla sua barca i cadaveri dei nemici che passano. Poi al momento giusto torna e vince». In qualunque modo la vogliate vedere, sappiate che l’esito della storia sarà sempre lo stesso: Ross Brawn «torna e vince». Perché la vittoria per questo inglese di 62 anni, il nuovo boss della Formula 1, non è un’eventualità. E nemmeno una vocazione. La vittoria è l’esito di un processo di produzione. Il punto di arrivo di un percorso studiato molto tempo prima che gli avversari di turno si rendano conto di essere in gara.
COMPETIZIONE TOTALE
Recentemente ci ha scritto anche un libro.
Competizione totale. Lezioni di strategia dalla Formula uno. In alcune librerie inglesi, l’opera non è stata esposta nella sezione di sport, ma in quelle di storia militare. «Mi sono accorto che molti stratagemmi militari erano simili a quelli che ho usato io in F1», ha spiegato l’autore. La cosa bella è che a novembre, quando è uscito il libro, nessuno ha riflettuto su cosa significasse quel titolo. C’è voluta l’acquisizione della F1 da parte di Liberty Media con la cacciata di Bernie Ecclestone, per capirlo: quell’ingegnere geniale e dimesso ha sempre puntato al gradino più alto della piramide.
LA CORSA AL DOPO ECCLESTONE
Gladiatore della zona grigia, imperatore delle clausole leonine, grande regista di ogni trama negli ultimi 40 anni, Ecclestone sembrava eterno.Erano anni che il paddock si interrogava su chi avrebbe raccolto la sua eredità. Il parterre dei contendenti era di tutto rispetto. C’erano mostri sacri come Luca Montezemolo, Flavio Briatore, Ron Dennis, Jean Todt e Frank Williams. A loro modo ci hanno provato tutti: chi facendo la guerra al grande boss, chi facendoci affari, chi facendo entrambe le cose contemporaneamente. Ma negli anni, per un motivo o per un altro, si sono ritrovati tutti fuori gioco, uno dopo l’altro.
ROSS, L’OUTSIDER
Nessuno, in questa enorme corsa a eliminazione, aveva fatto caso ai movimenti carsici di Brawn. Eppure sarebbe bastato dare un’occhiata al suo curriculum. Una continua scalata al potere. Prima a quello agonistico, con le vittorie in Benetton e in Ferrari, dove sbaraccò, con una sola frase, la millenaria tendenza italiana alla ricerca dell’uomo forte: «È più facile trovare un singolo genio che una squadra di persone competenti». Poi a quello politico. Se ne andò dall’Italia, nel 2007, un secondo dopo aver capito che Montezemolo e Todt, che non vedevano bene le sue mire extra sportive, non lo avrebbero mai fatto diventare niente di più di un grande tecnico.
La scalata al potere è così proseguita a Stoccarda. Nel 2010. Quando vendette alla Mercedes il suo team: la Brawn Gp, nata nel 2009 dalle ceneri della Honda e condotta in un solo anno al più clamoroso trionfo nella storia della F1. Quella squadra l’aveva comprata dai Giapponesi nel 2009 per una sterlina. 12 mesi dopo di sterline ne incassò 110 milioni. E rimase team principal. Con un altro grandioso progetto a lungo termine in testa. Quello della “Mercedes ibrida”.
I TRADIMENTI
Ross avviò subito un’attività di lobbing spaventosa per indirizzare le scelte della Federazione verso soluzioni tecniche che la Mercedes, come motorista, stava studiando dal 2007. Ma proprio mentre la Mercedes veleggiava verso l’attuale dominio, a Stoccarda qualcuno cominciò a tramare contro lui. Non è mai stato chiaro che cosa sia successo. Nel 2013, Ross venne fatto fuori. Un tradimento del quale Brawn ha sempre accusato i due attuali capi del team, Toto Wolff e Niki Lauda. «Non ho mai capito realmente cosa stessero provando a fare. Niki diceva una cosa e io avrei voluto sentirne un’altra. Fondamentalmente, iniziavo ad avere a che fare con persone delle quali sentivo di non potermi fidare; persone che mi avevano deluso».
Ne seguì un sabbatico, il secondo della sua carriera dopo quello successivo ai trionfi in Ferrari. Un altro lungo periodo di pesca alle trote. Ma stavolta con un obiettivo diverso: vendicarsi. E per farlo, con Wolff e Lauda che nel frattempo si erano impossessati della scena, c’era un’unica possibilità: ribaltare tutto. Gli americani sono arrivati al momento giusto per Ross. E Ross era l’uomo ideale per loro: fuori dal giro da quattro anni e comunque espertissimo, l’unico in grado di garantire insieme distanza dalla vecchia gestione e competenza. In F1 ha ricoperto tutti i ruoli: meccanico, progettista, team principal, proprietario e socio di vari team. L’accordo è stato quasi naturale. Fatti fuori tutti gli altri dinosauri, sarebbe stato il nuovo Ecclestone.
LA GRANDE TORTA
Due mesi dopo lui ha già cominciato a spiegare il suo «piano, ragionevole, a lungo termine» per la F1. «Dobbiamo chiederci che cosa vogliamo essere tra 3-5 anni». Nel mirino, a quanto pare, la redistribuzione della grande torta dei diritti commerciali della F1. Ad oggi il grosso va alle grandi squadre, soprattutto le sue due ex, Ferrari e Mercedes. Quelle che non lo hanno voluto far crescere. E che dunque hanno più di qualche buon motivo per essere preoccupate. Lui ufficialmente non ha ancora detto nulla. Ma ai giornalisti che chiedono di incontrarlo continua a dare appuntamento presso il motorhome della “piccola” Sauber: «Per motivi simbolici».