la Repubblica, 6 marzo 2017
Il Pil cinese rallenta: solo più 6,5%. «Troppi rischi interni ed esterni»
PECHINO Il grande balzo in avanti adesso è intriso di “se” e di “forse”. La locomotiva cinese rallenta: l’obiettivo del Pil, che l’anno scorso era stato lasciato ottimisticamente fluttuare tra il 6.5 e il 7%, quest’anno è inchiodato «intorno al 6.5%». Al ribasso. E ciò che preoccupa di più non è la salute dell’economia di qui: o quantomeno non solo quella. Già il 2016 è stato un anno in cui «il mondo ha conosciuto la crescita commerciale ed economica più bassa degli ultimi sette anni» per colpa di «improvvise e continue minacce regionali e globali», spiega il premier Li Keqiang che mai cita ma praticamente evoca Brexit e l’elezione di Donald Trump. Ma domani è un altro giorno: e volge al peggio. Perché la situazione è «più complicata e grave» del previsto «sia all’interno che all’esterno». Non è una semplice constatazione. È un allarme vero e proprio visto che i «fattori che possono causare instabilità e incertezza» non sembrano temporanei. Anzi: «Stanno visibilmente crescendo». Di più: «La crescita economica mondiale resta debole mentre la de-globalizzazione e il protezionismo aumentano». Dove, anche qui, quel neologismo, «de-globalizzazione», si traduce con un nome e un cognome: Donald Trump.
Il vento è cambiato. Il 2016 s’era chiuso con la matematica dimostrazione della potenza della pianificazione comunista: il Pil cresciuto del 6,7%, cioè esattamente a metà tra quel 6.5% e quel 7% pronosticati. Altri tempi. C’era una volta la Cina dei piani quinquennali e della pianificazione: delle certezze indotte dal marxismo che sarà stato pure illiberale ma era quantomeno scientifico. Ecco a voi invece la Cina dell’incertezza e della crescita “intorno al”. Non sono ancora le 8.30 del mattino della domenica di qui, ancora notte in Italia, quando China Daily, il giornale in inglese pagato dallo Stato, straccia tutta la concorrenza, e ci mancherebbe, mettendo in rete quel dato a cui è appesa l’economia di tutto il mondo: anticipando cioè il report sul «lavoro del governo» che la Repubblica popolare cinese riassume nei “key points”, i punti chiave resi pubblici all’apertura del Congresso nazionale del Popolo che come ogni anno, di questi giorni a marzo, segna l’inizio dell’attività diciamo così parlamentare in questa democrazia da partito unico.
L’analisi cinese è implacabilmente corretta. Per carità: andrà anche sfrondata delle paraphernalia di rito a uso più o meno interno, i riferimenti al compagno Xi Jinping per la prima volta identificato come “nucleo” del comitato centrale del partito comunista. L’economia rallenta e l’unica cosa che aumenta nel discorso del premier – addirittura di un terzo, da sei a nove – sono gli omaggi alla sua leadership: il compagno Xi di qui, il compagno Xi di qua. Ma questi saranno, più o meno, fatti loro. A preoccupare è invece la frequenza di un’altra parola che si moltiplica tra il report dell’anno scorso e quello attuale: «Rischio». Quindici citazioni contro dieci dell’anno passato: sarà proprio vero che qualcosa non va?
Gli esegeti della politica di qui ricordano che questo ritorno al realismo in fondo ha una spiegazione più semplice di quello che sembra: non è un anno come tutti gli altri, a novembre il 19esimo congresso del Partito incoronerà per un altro quinquennio Super Xi e quindi meglio non promettere la luna, stiamo con i piedi per terra, non diamoci troppi scossoni e puntiamo a una crescita che sia sostenibile e stabile, possibilmente anche più pulita, visto l’impegno del premier a «riportare azzurri i cieli della Cina». «Prima di tutto» si legge nel programma di governo «dobbiamo progredire mantenendo la stabilità: la stabilità è la priorità». Mai come questa volta, insomma, gli obiettivi al ribasso sembrano la traduzione di quel “new normal” che la dirigenza di qui aveva già abbozzato quando aveva dovuto inventarsi uno slogan che giustificasse la crescita per una volta a una cifra sola invece che a due. Ma non basta la spiegazione interna a spiegare tutta questa cautela. Non per niente Pechino sottolinea l’incertezza «sulla direzione delle maggiori economie e il loro effetto a catena». Non sarà il Cigno nero della teoria economica più pessimista della storia ma ci somiglia. La locomotiva andava così forte che rischiava di deragliare. E dunque: diminuzione della sovrapproduzione, argine ai prezzi delle case schizzati anche del 30% in più per allontanare il rischio bolla immobiliare, contenimento del debito delle imprese (soprattutto degli “zombie” di Stato) per scongiurare il rischio della bolla anche bancaria, diminuzione dei costi di produzione sperando che basterà tagliare lacci e lacciuoli della burocrazia per ovviare all’aumento del coso del lavoro che ha beneficiato i lavoratori cinesi (ormai remunerati quasi quanto quelli europei) e però rischia di cancellare la mitica competitività del made in China.
Freno, freno, freno. Meno è meglio: sarà mica questo il nuovo slogan per scongiurare il grande balzo all’indietro?