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 2017  marzo 06 Lunedì calendario

Operazione rimpatrio per i call center, il governo vuole 20 mila nuovi occupati

ROMA Riportare in Italia 20 mila posti di addetti ai call center. Convincere i grandi committenti di casa nostra a limitare le delocalizzazioni al 20% dei traffici telefonici attuali. Ad evitare le gare al massimo ribasso. A pagare i lavoratori secondo i minimi contrattuali. Ad applicare la normativa italiana, specie in termini di privacy, indipendentemente dal luogo di risposta dell’operatore. A garantire sempre un servizio di qualità, con italiano «corretto, chiaro, comprensibile» e certificato, se l’addetto è straniero. Il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda è pronto a giocare la carta Trump sul difficile tavolo dei call center, settore in crisi nera. E di un’economia italiana ancora in debito d’ossigeno.
Italy first, l’Italia prima di tutto. Questo il senso e «la forte valenza sociale» di un Protocollo di intesa, per ora solo in forma di bozza (8 articoli, 4 pagine) da offrire ai “committenti delle attività di contact center” per la definizione dei “criteri minimi relativi alle buone pratiche sociali e commerciali”. Parliamo dei colossi delle telecomunicazioni, di banche e assicurazioni, dei giganti energetici, delle multiutility, delle tv a pagamento. I titolari cioè di bollette e abbonamenti a cui chiedere assistenza (il servizio inbound) o da cui ricevere le non sempre gradite chiamate commerciali (il servizio outbound).
Per fare qualche nome: Telecom, Vodafone, Wind Tre, Fastweb, Enel, Eni, Sky, Acea. Queste e altre aziende si avvalgono dei call center per gestire i rapporti con la clientela. O in via diretta – utilizzando strutture e personale proprio – o in “outsourcing”, affidando tutto o parte dei servizi a centri esterni, spesso all’estero. A tutte loro il governo chiede di garantire il 100% del lavoro in Italia, per le attività interne. E di rientrare per l’80% di quelle esterne.
Reshoring, lo chiamano al Mise. Rimpatrio. Ma anche un primo tentativo di «sganciare il costo del lavoro dal contratto tra committente e contact center», anello debolissimo di rilanci al ribasso. Ma perché i committenti italiani dovrebbero trovare conveniente questo Protocollo? Perché dovrebbero firmare per riportare entro sei mesi in Italia posti di lavoro che ora pagano meno? I mal di pancia in effetti serpeggiano, da quando circolano i primi rumors. C’è chi fa notare che un Protocollo non è una legge e perciò non prevede sanzioni. Chi controlla e punisce? Condannati dunque al far west? Lo stesso che ha costretto, da ultima, Almaviva a licenziare 1.666 dipendenti a Roma? E a ridurre il salario ad altri 845 di Napoli per evitare di mandarli a casa?
Il settore arranca da anni. Commesse, anche pubbliche, a prezzi stracciati. Salari altamente competitivi, cioè molto bassi, all’estero. E dunque 80 mila lavoratori italiani – soprattutto giovani, donne e con istruzione medio-alta – costretti alla competizione sleale con i 25 mila colleghi sparsi tra Albania, Romania, Croazia, Polonia, Tunisia, Marocco. Puntare all’80% di quel bacino significa svuotare di 20 mila posti quelle sedi e ricrearli qui, soprattutto al Sud, dove si trova la maggior parte dei call center italiani (e dove il costo del lavoro è basso). Il governo sa che le nuove norme, quelle inserite nell’ultima legge di Bilancio, non bastano a salvare l’occupazione, né a rilanciarla. Certo, dal primo aprile ogni operatore che risponde da un paese extra Ue deve subito offrire la possibilità che il servizio sia reso da un collega italiano o nella Ue, dunque Romania e Albania incluse, vere regine dell’outsourcing italiano. Non cambia quasi nulla.
Ecco spiegata la mossa del Mise. Moral suasion, opera di convincimento. Ma anche dispiegamento di potenza: quella dell’azionista (Eni, Enel) o del regolatore (telecomunicazioni, ad esempio) che chiede ai committenti un nuovo codice di comportamento, di non svilire il costo del lavoro, di assegnare i servizi in base alle offerte più vantaggiose in termini di qualità, di impegnarsi ad osservare la clausola sociale, ovvero di assicurare “continuità occupazionale sul territorio”, quando il call center perde la commessa e chi subentra non è interessato a conservare tutti i posti.
Un’operazione molto delicata.