il Fatto Quotidiano, 6 marzo 2017
Olio extravergine made in Italy: taroccata una bottiglia su due
Ogni anno ne consumiamo più di 11 litri a testa e siamo disposti anche a pagarlo caro, pur di acquistarlo di alta qualità e soprattutto Made in Italy. Eppure una bottiglia su due, di quello garantito 100% italiano, è sicuramente taroccato. Parliamo dell’olio d’oliva, uno degli alimenti più contraffatti in Italia. La conferma arriva dall’ultima inchiesta sulle magagne dell’industria agroalimentare del nostro Paese firmata Mi Manda RaiTre. Il programma della Tv pubblica ha fatto analizzare il dna del contenuto di 20 bottiglie di extravergine, scoprendo che solo in 6 di quelle testate l’origine dell’olio corrisponde con certezza a quanto riportato in etichetta.
La settimana scorsa a muoversi è stata anche la Procura della Repubblica di Siena, la stessa che proprio in questi giorni ha portato alla condanna in primo grado a 4 anni di carcere per l’amministratore delegato della Valpesana, nota azienda intermediaria nel settore dell’olio, che dal 2010 vendeva come extravergine d’oliva miscele di oli vergine e perfino lampante deodorato, cioè trattato chimicamente, dichiarando di origine “100% italiana” un prodotto che arrivava da molto lontano.
Il pm Natalini, in forza a Siena, dopo la diretta tv ha aperto un fascicolo contro ignoti e con la collaborazione dei Carabinieri Forestali ha fatto sequestrare 12 campioni di extravergine analizzati e conservati nella redazione romana del programma Rai. Le ipotesi di reati su cui si muovono le indagini sono: frode in commercio e contraffazione d’indicazione d’origine geografica.
L’inchiesta giornalistica, infatti, ha cercato di rispondere a due semplici domande: da dove arriva l’extravergine che compriamo? Con quale olio è fatto? Il risultato è stato sconcertante: più del 50% delle bottiglie etichettate come 100% italiano, in realtà contiene olio prodotto da olive coltivate in Nord Africa, in Medio Oriente, in Turchia o in Spagna e Grecia.
La percentuale schizza verso l’alto se si considerano solo i prodotti Dop e Igp: in questo caso 4 su 5 contengono olio straniero. In un caso il laboratorio ha addirittura riscontrato la presenza di un olio difficile da identificare dal punto di vista genetico, probabilmente rettificato chimicamente. A decretarlo sono state le analisi dell’Istituto di bioscienze e biorisorse del Cnr di Perugia, a cui sono stati consegnati 20 campioni anonimi, compreso un falso extravergine miscelato ad hoc con olio di semi negli studi Rai, per mettere alla prova gli strumenti tecnologici dell’istituto di ricerca.
Sotto la lente sono finiti i marchi più diffusi nella grande distribuzione. Tra i prodotti sequestrati dai Carabinieri Forestali, nell’ambito dell’inchiesta di Siena ci sono anche nomi noti: si va dal Carapelli 100% italiano non filtrato, venduto a 10,20 euro al litro, che dalle analisi risulta essere confezionato con materia prima greca, turca e tunisina, all’Arioli italiano bio, prezzo 5,96 euro al litro, fatto con una miscela di extravergini italiani tagliata con olio extracomunitario; dal Club Premium Igp toscano, in vendita a 13,40 euro al litro, fatto con olive pugliesi e greche, al Grezzo 100% italiano di Costadoro, offerto a 9 euro/l, con miscele greco-turche; e poi anche il Poggio Santa Maria dop Umbria Prezzo, da 14 euro 1/l, fatto con olio prevalentemente greco e spagnolo, il Terre di Siena toscano dop Podere Ricavo bio, in vendita a 7,50 euro 1/l, fatto con olio italiano e comunitario, è il costosissimo Terre d’Italia Sabina dop, in commercio a 15,85 euro al litro, fatto con olio comunitario da verificare chimicamente perché di qualità inferiore all’extravergine.
Nonostante le condanne, le multe dell’Antitrust, le numerose indagini sul falso extravergine italiano aperte da tante procure negli ultimi anni, da Bari a Grosseto, passando per Firenze e Torino, il settore olivicolo nostrano è ancora infiltrato da operatori truffaldini e a noi consumatori davanti allo scaffale resta il dubbio essere ingannati.
Ed effettivamente se si fanno due conti si capisce che qualcosa non torna, visto che in Italia di olio d’oliva se ne produciamo davvero poco rispetto alla domanda interna ed estera.
Nella stagione che sta per concludersi, 2016-2017, per esempio, a fronte di un fabbisogno nazionale di oltre 600.000 tonnellate di prodotto, le aziende italiane arriveranno a malapena a quota 200.000 tonnellate, e solo il 60% della produzione sarà l’extravergine che più o meno tutti noi pensiamo di portare in tavola. A questo bisogna aggiungere che ne importiamo 520.000 tonnellate che aggiunte a quelle prodotte fanno 720.000. Tra consumi ed esportazioni invece il totale fa 850.000 tonnellate. Vuol dire che la differenza tra questi due numeri, cioè 130.000, sono tonnellate di olio non tracciato, vecchio, probabilmente illegale. La matematica non è un’opinione.