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 2017  marzo 06 Lunedì calendario

Vacchi: i segreti di Mister 1.500 per cento. «Impresa digitale? Il lavoro si salverà»

Chiamatelo Mister millecinquecento per cento. Chi ha investito mille euro nell’Ima di Alberto Vacchi nel 2002 adesso ne ha 15.700, dividendi compresi (il solo titolo è salito del 674%). I miracoli non c’entrano. Vacchi è un tedesco in giacca e gilet nato per sbaglio nella bassa. Degli emiliani ha la concretezza e l’istinto per il gioco di squadra. Ma non il gusto della battuta. Abituato alla nebbia della via Emilia, ha imparato a vedere oltre. A intuire in anticipo gli ostacoli e le opportunità, anche nel business. La sede principale della sua Ima si trova a Ozzano, una mezz’ora di macchina da Bologna. Fondata nel 1961, oggi l’azienda ha una posizione di leadership nella produzione di macchine automatiche per il confezionamento di farmaci, cosmetici, alimentari, tè, caffè e tabacco. Cinquemila dipendenti di cui 2.600 all’estero, Ima è presente in 80 Paesi ed esporta il 90% della produzione. Ha 38 stabilimenti in giro per il mondo, dalla Cina all’Argentina. Non chiamatela multinazionale tascabile: Vacchi non ve lo farebbe notare, ma la definizione ormai gli va stretta.
Dal 2002 a oggi Ima ha reso il 1.400 per cento a chi ha investito sul titolo in Borsa. Il segreto?
«Ce n’è più di uno».
Il più rilevante.
«A cavallo tra 2007 e 2008, quando è arrivata la crisi, siamo stati tentati come tanti dall’investire in Paesi con basso costo del lavoro. E invece abbiamo trovato un modo diverso per ridurre i costi in Italia e riportare a casa parte delle operazioni spostate all’estero».
Come?
«Abbiamo chiamato il gruppo storico dei fornitori. Erano 9 e fatturavano allora 17 milioni. Abbiamo scelto di puntare su di loro acquisendo quote di minoranza. In questo modo hanno potuto investire per rendere più efficiente la produzione. Abbiamo garantito loro lavoro, ma senza saturarne la produzione. Diciamo fino a un 50-60% massimo. Alla fine del 2016 gli stessi nove fornitori sono arrivati a fatturare circa 200 milioni. Ciascuno di loro a sua volta ha dato lavoro ad altre piccole imprese. Si è creata una filiera sul territorio. Per Ima gli effetti positivi sull’abbattimento dei costi sono stati immediati».
Diceva che i segreti sono anche altri.
«Investiamo in ricerca e sviluppo il 5% del nostro fatturato. E abbiamo continuato a crescere e ad acquisire aziende anche quando avremmo potuto fermarci, visti i risultati».
Cosa sta facendo per continuare a crescere con il ritmo tenuto finora? O si sente arrivato?
«Chi fa impresa non si può fermare. Ora la sfida è industry 4.0. Che poi altro non è che la digitalizzazione della produzione. Anche questo è un salto che va fatto insieme, con la filiera e il mondo del lavoro».
E i posti di lavoro? La quarta rivoluzione industriale riduce l’occupazione.
«In modo molto aperto va condiviso un percorso con i sindacati minimizzando e prevenendo gli impatti, evitando la conflittualità ogni volta che è possibile».
Sul suo stile di gestione delle relazioni industriali i suoi colleghi imprenditori si dividono. C’è chi la considera troppo «amico» del sindacato.
«La mia bussola sono i risultati d’impresa. E i risultati ci sono. Si litiga quando necessario e poi si cerca di condividere un percorso. Credo che questa modalità di relazione sia costruttiva. Un plus del nostro territorio».
Se fosse costretto a rinunciare a una delle sue passioni – la caccia e il tifo per il Bologna – quale abbandonerebbe?
«Amo la caccia perché mi permette di vivere l’ambiente. Sono tifoso, certo. Qualche volta vado allo stadio, altrimenti vedo la partita in tv».
Forse la sua vera passione è l’azienda. L’anno scorso ha festeggiato i 20 anni da amministratore delegato. È vero che ogni giorno si alza alle 5.30 del mattino?
«Confermo».
Diciamo che si sveglia quando suo cugino e azionista di Ima, Gianluca Vacchi, celebrità social, va a dormire. La sua notorietà aiuta l’azienda?
«Gianluca è una persona di rara intelligenza con una predisposizione per la comunicazione. Siamo diversi, non c’è dubbio, ma abbiamo un ottimo rapporto da sempre. Nello stesso tempo abbiamo tenuto separata la dimensione diciamo “mondana” di Gianluca dall’attività di Ima. Per non fare confusione».
La scorsa primavera è stato a un passo dalla conquista della presidenza di Confindustria. Ora ha portato a termine la fusione delle territoriali di Ferrara, Modena e Bologna. Come vede il suo futuro nel mondo della rappresentanza delle imprese?
«Ho sempre creduto nell’importanza di dare un contributo in prima persona. Mi sono messo in gioco. Ora con la nascita di Confindustria Emilia una fase si chiude. È giusto che altri prendano il testimone».