CorrierEconomia, 6 marzo 2017
Tecnologia. C’era una volta la Silicon Valley. Oggi il genio non lavora più nei suoi garage
Laura Deming è diventata un esempio e tiene discorsi e convegni in quanto donna attiva nel tech, ma i fondi per sviluppare le sue idee stenta a trovarli. James Proud invece ce l’ha fatta, ha fondato una startup ed è anche riuscito a farla crescere ma il risultato è ben lontano dai livelli raggiunti da altri illustri colleghi, come il papà di Facebook Mark Zuckerberg o l’icona Steve Jobs. John Burnham, alla fine, ha rinunciato: abbandonata la speranza di inventare la società tech del secolo, è ritornato sui banchi dell’università. Che aveva abbandonato, come Laura e James, per seguire l’appello del venture capitalist Peter Thiel che, nel 2010, dal palco del TechCrunch Disrupt promise 100 mila euro a testa a venti teenager pronti a lasciare gli studi per buttarsi nel mondo dell’imprenditoria.
Gli esempi
Tre esempi che suggeriscono che la Silicon Valley dei nerd di successo sia, in fondo, un falso mito. Un mito che ha, certo, delle basi reali: è qui, sulla costa ovest degli Usa, che dagli anni 50 in poi la tecnologia la fa da padrona. Merito delle università (Stanford e Berkeley, ma anche Santa Clara e San Jose) e dei loro parchi tecnologici, ma anche dei colossi che qui sono nati e cresciuti. Come Apple, Microsoft, Google, Yahoo, Facebook.
La sua fama odierna, però, è più recente ed è stata «costruita» tra la bolla tech della fine degli anni 90 e il boom delle nuove startup, dieci anni dopo. Una fama che, appunto, si fonda e si plasma su un modello di self-made man all’americana che tutti abbiamo bene in testa: il giovane prodigio che, sui banchi dell’università, ha un’idea geniale e, nella sua stanza nel dormitorio o nel garage dietro casa, riesce a trasformarla in un’azienda di successo capace di cambiare il mondo.
La realtà
Non è che di giovani prodigio così non ce ne siano stati, nella storia della Silicon Valley. Il fondatore di Apple Steve Jobs, per esempio, è partito proprio dal garage di casa e Mark Zuckerberg, papà di Facebook, dalla sua stanza al dormitorio. Entrambi hanno lasciato gli studi e hanno fondato due aziende leader nel mondo intero. E non è che i fondi per finanziare le loro idee, in determinati momenti, siano stati così difficili da trovare. Qualche anno fa, intorno al 2012, per le startup era in effetti più semplice ottenere dei finanziamenti (e, anche, una grande attenzione da parte dei media).
Secondo The Atlantic, che all’argomento ha dedicato un approfondimento (il titolo è emblematico: «È sempre più difficile credere nella Silicon Valley») partendo dall’analisi del libro Valley of the Gods: a Silicon Valley story della giornalista Alexandra Wolfe, la realtà oggi è un’altra. Spesso noiosa.
Molti imprenditori non hanno una storia a tinte forti da raccontare, molti altri non ce l’hanno proprio perché le loro idee non sono riusciti a svilupparle. Poi ci sono quelli che ce l’hanno fatta, ma il colpo di genio non basta: per affermarsi servono anche tempo e fondi. Basta guardare i numeri: negli anni Duemila, in piena bolla tech, gli investimenti venture capital nell’area arrivavano a 34 miliardi di dollari. L’anno scorso, secondo le statistiche pubblicate degli enti locali, non hanno raggiunto nemmeno i 10 miliardi. A proposito di genio, ci sarebbe da sfatare anche il mito dello startupper che fa tutto da solo. Dietro un’azienda di successo c’è un team e dietro un’idea vincente i punti di vista di più persone.
Il mercato
Poi c’è Wall Street. Una prova che molti non se la sentono di affrontare. Dopo il boom delle quotazioni (con due picchi: uno nel 2007 e l’altro nel 2014, entrambi con 23 startup quotate) il settore ora ristagna. Colpa delle alterne vicende di quelle che ci hanno provato: per una Facebook che ha visto il prezzo delle sue azioni moltiplicarsi c’è anche una Twitter in caduta libera. Forse le cose potrebbero cambiare con Snapchat, l’applicazione di messaggistica che ha fatto il 44% nel suo primo giorno di quotazione. Per convincere gli investitori ha di recente allargato il proprio core business puntando anche sulla produzione di oggetti fisici, gli occhiali smart Spectalcles.
Cade così un altro mito della Silicon Valley: le aziende tech diventano sempre più tradizionali, mentre quelle tradizionali entrano nel settore del tech. Anzi, due. Se è vera questa «contaminazione» tra aziende che in teoria sono molto diverse, perché dovrebbe essere proprio la Silicon Valley la culla dei nuovi unicorni? In fondo, dati alla mano, di startup tech ne stanno nascendo tante anche altrove. New York, per esempio, sul settore sta puntando da anni tanto da essersi guadagnata anche un soprannome ad hoc: Silicon Alley (vicolo del silicio, ndr).