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 2017  marzo 06 Lunedì calendario

L’industria ora torna hard

Siamo ormai abituati a «parlare» con i nostri computer, cellulari e tablet. O con gli speaker «intelligenti». Ma dietro i sempre più numerosi e sofisticati servizi delle assistenti virtuali – come Siri di Apple, Alexa di Amazon, Cortana di Microsoft o Assistant di Google – c’è un imponente mondo «fisico», quello dell’hardware, che fa funzionare tutti questi sistemi.
La sua importanza e il suo business sono cresciuti esponenzialmente in questi ultimi anni, proprio mentre per il largo pubblico dei consumatori la tecnologia sembra diventare sempre più immateriale. E così è partita la corsa fra i big americani dell’ hi-tech per sviluppare semiconduttori (chip) e mega computer capaci di supportare i nuovi servizi, tutti basati su una famiglia di tecniche di intelligenza artificiale (Ia) chiamate popolarmente «apprendimento profondo» ( deep learning, ndr ).
Imparare da soliLa bravura di Siri e delle altre assistenti, infatti, non dipende da un buon programma di software, ma dalla capacità dei computer di «imparare da soli» che cosa devono fare.
I programmatori forniscono ai computer algoritmi di apprendimento e poi li espongono a un’enorme quantità di dati, immagini, registrazioni di voci, per allenarli a riconoscere parole e oggetti, e a decidere come rispondere. Questo deep learning richiede chip – il cervello dei computer – sempre più potenti e veloci.
L’ultimo annuncio di un forte investimento – 7 miliardi di dollari – in una nuova fabbrica di semiconduttori per soddisfare la crescente domanda di chip l’ha fatto un mese fa l’amministratore delegato di Intel, Brian Krzanich.
Nanometri e dati
La costruzione dell’impianto, a Chandler in Arizona, era già stata iniziata ma poi sospesa; ora sarà completata entro quattro anni e a quel punto sarà la più avanzata al mondo, promette Krzanich, con un processo produttivo a 7 nanometri. I chip che usciranno da lì daranno molto più potere computazionale a computer, data center, network, e serviranno anche per le applicazioni di intelligenza artificiale.
Prima di questa in Arizona, Intel aveva intrapreso un’altra importante iniziativa manifatturiera in collaborazione con Micron technology: la fabbrica Im flash a Lehi nello Utah, che produce chip di memoria tridimensionali. Le due aziende hanno diviso i costi miliardari dell’impianto e hanno sviluppato un nuovo tipo di memoria, chiamato 3-D XPoint, utile a società come Facebook, Goldman Sachs ed Exxon Mobil, che hanno bisogno di analizzare grandi quantità di dati alla velocità più alta possibile.
Emergenti e bigUn leader emergente in questo campo è Nvidia, fino a ieri associata solo ai microprocessori Gpu ( graphics processing unit ), usati per rendere più ricca la grafica dei videogame. Da qualche anno Nvidia ha lanciato la tecnologia Gpu al servizio del «deep learning», con ottimi risultati: l’ultimo bilancio trimestrale ha registrato il raddoppio del fatturato da data center, un aumento quasi tutto generato dal business dell’intelligenza artificiale.
Anche chi non è specializzato nella produzione di semiconduttori o delle apparecchiature «di base» del mondo tecnologico sta riscoprendo l’utilità di farsi in casa pezzi di hardware.
Google, per esempio, ha recentemente rivelato che il suo computer AlphaGo – vincitore nella sfida contro Lee Sedol, il campione mondiale del complicatissimo gioco cinese Go – aveva al suo interno chip costruiti dalla stessa Google e chiamati Tpu (Tensor processing units).
Persino Apple, abituata a far produrre da terzi tutti i suoi iPhone, iPad e iMac, ha deciso di costruirsi in proprio i server («mega» computer) necessari a immagazzinare e gestire tutti i dati dei suoi servizi della nuvola iCloud e del negozio online iTunes. Il motivo, secondo il sito di notizie tecnologiche The Information, è avere la garanzia che l’hardware sia sicuro, non vulnerabile agli attacchi dei pirati informatici. I server saranno fabbricati in un «centro di comando dati globale» a Mesa, in Arizona, per il quale Apple ha chiesto l’inserimento in una zona free-trade, dove non si applicano tariffe di import-export. Da lì poi i super computer saranno inviati ai vari data center che Apple ha in America.
Per la manifattura dei chip degli iPhone, invece, Apple si affida alla coreana Samsung e alla Tsmc di Taiwan, ma il loro disegno è elaborato e sviluppato dagli ingegneri della divisione Hardware technologies di Apple, guidata da Johny Srouji. Senza un hardware perfetto Siri non potrebbe fare miracoli.