Corriere della Sera, 6 marzo 2017
«Mi sono risentita la bambina che cominciava a sciare e che fantasticava: ce l’ho fatta». Intervista a Sofia Goggia
Sofia Goggia o, forse, Lindsey Vonn? L’eco della telefonata coreana riporta una gracchiata. Ma in realtà è la risata di Sofi: «Scherzate? Lei ha 77 vittorie, io sono appena alla seconda».
Intanto Lindsey qualche pensierino se lo sarà fatto.
«Ma sì, certo. Allo start l’ho vista bella incattivita per la sconfitta nella discesa».
Ne ha incassata un’altra, sempre per pochi centesimi.
«L’anno prossimo ai Giochi ci saranno scintille tra noi due; Lindsey non avrà vita facile».
Va a finire che non la tratterà più come un cucciolo da accarezzare e da consolare.
«Intanto è bello vederla alle spalle... Però sarebbe un errore catastrofico pensare di averla domata: è reduce da un infortunio serio, in fondo non è ancora al massimo della forma. Se vuole, lei la pista olimpica se la mangia».
Però Sofia può fare la magia: fa pure rima...
«Diciamo che le ho mandato un messaggio: potrà anche dominare su piste come quella di Lake Louise, dove è praticamente imbattibile, ma non potrà farlo sempre e ovunque. Ha capito che pure io, se spingo, posso starle davanti. Nel superG, per dire, ho sbagliato il salto, ma ho vinto».
Ci racconta questi due giorni di emozioni al top?
«Dopo il successo in discesa non ho nemmeno realizzato: non me l’aspettavo, ero frastornata, stavolta in positivo. Ma quando mi sono alzata, ho pensato: cavolo, ho vinto la mia prima gara. La sensazione è stata di leggerezza».
Ed è proseguita in superG.
«Nel riscaldamento facevo quel che volevo, tutto era facile e giusto. Poi, la gara: era un “gigantone” nel quale però era anche necessario saper far correre gli sci. Ho cercato di sentirli dalle punte alle code, proprio per osare. Tre erano i punti chiave: il primo alla terza porta e lì ho spinto per fare la differenza; l’ultimo era al salto, che ho sbagliato».
Eppure ha vinto.
«Penso di aver raggiunto un equilibrio vero, tra gestione e attacco, in questa specialità. Aggiungo: finalmente».
Che sapore ha la vittoria? Ora può raccontarlo.
«Mi ha fatto sentire di nuovo bambina. Ho rivisto la Sofia che cominciava a sciare vicino a casa e che fantasticava: ecco, ce l’ho fatta! Però voglio che sia non un punto di arrivo ma di partenza per i prossimi “ics” anni. Devo abituarmi a questo standard, la fame resta tanta».
Si dice: vincere aiuta a vincere. In fondo, l’ha già dimostrato.
«Di solito sulle piste nuove io mi esalto, anche perché azzero l’esperienza di parecchie avversarie. Però con questi due primi posti mi sono automaticamente messa delle pressioni addosso. Vedo già quello che si dirà tra un anno ai Giochi: “Tu lì hai già vinto...”».
Gli understatement sono vietati.
«Capisco, ma bisogna rimanere con i piedi per terra. Però, lo so, vincere ha un rovescio della medaglia».
Lei è un ninja senza paura.
«Ah, ecco. Mi sono divertita un sacco per quel tweet che è stato interpretato con un po’ di esagerazione. Era una cavolata, volevo dire che i ninja hanno movenze eleganti. Come i samurai».
Sofia non le ha queste movenze?
«Se penso a quel salto tutto storto... Io sono una pasticciona, però quando guardo dentro me stessa mi dico: muoviti con grazia».
Eppure, samurai lei un po’ lo è. Come Fernando Alonso.
«Mi piacciono i samurai perché, appunto, si muovono con eleganza regale. E sono i guerrieri per eccellenza».