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 2017  marzo 06 Lunedì calendario

«Bello il Colosseo. Quando sarà finito sarà magnifico»

Visitare il Colosseo, scriveva Charles Dickens nel 1846, «è come vedere lo spettro dell’antica Roma, vecchia, malvagia, meravigliosa città. È il più impressionante, il più imponente, il più solenne, grandioso, maestoso, penoso spettacolo concepibile. Mai, nel suo più sanguinoso rigoglio, la vista del gigantesco Colosseo, pieno e traboccante della vita più libidinosa, può aver commosso un cuore come commuove tutti coloro che lo guardano oggi, una rovina. Dio sia ringraziato: una rovina!». Ma non è solo il fascino romantico delle rovine che ha trasformato il Colosseo in oggetto dei sogni e delle fantasie di una schiera infinita di artisti, scrittori o semplici turisti. L’Anfiteatro Flavio è da sempre luogo favoloso. Fin da quando Marziale, nell’anno 80 d.C., ne salutò l’inaugurazione con i suoi epigrammi.
Al mito millenario del monumento-simbolo di Roma è dedicata la mostra «Colosseo. Un’icona», aperta in situ da dopodomani al 18 gennaio, mentre un libro pubblicato per l’occasione (The Colosseum Book di Nunzio Giustozzi, edito da Electa) ne ricostruisce la leggenda. Una leggenda che fin dalle origini si fa evocatrice di tutta la magnificenza e la crudeltà, di tutti gli splendori e le miserie dell’impero romano. Gli epigrammi in cui Marziale descrive i giochi inaugurali sono un repertorio di meraviglie, ma anche di orrori e bizzarrie. Il poeta racconta le scene mitologiche rifatte dal vivo. A una poveretta toccò di impersonare la regina Pasifae posseduta da un toro. Un altro disgraziato fu fatto apparire da una botola in mezzo alle belve feroci: doveva svolgere il ruolo di Orfeo che incanta gli animali e, ovviamente, non li incantò.
Effetti speciali nell’arena
Marchingegni di ogni tipo offrivano al pubblico mirabili sorprese. Gli antichi amavano gli effetti speciali. Il Colosseo viene allagato per ospitare battaglie navali ma anche leziose esibizioni di belle nuotatrici che incarnano le ninfe del mare. I romani avevano anche già pensato a coprire l’anfiteatro con un telone (il velum) che veniva disteso, all’occorrenza, dai marinai della flotta imperiale. La stessa soluzione che oggi, tra tante polemiche, si sta studiando per l’Arena di Verona. Poi, certo, c’erano i combattimenti dei gladiatori. Un altro mito sempiterno che prospera da Marziale stesso fino a Ridley Scott. Peccato che quest’ultimo abbia infarcito il suo film Il gladiatore di imprecisioni storiche. Senza sfruttare, invece, l’unico fatto testimoniato con certezza dagli antichi: l’imperatore Commodo, il cattivo del film, amava davvero combattere nell’anfiteatro.
Il Colosseo subisce la damnatio dei cristiani, che condannano la crudeltà dei giochi circensi. Diventa luogo di culto: ai pellegrini si prescrive di raccogliere una zolla dell’arena, intrisa del sangue dei martiri dati in pasto ai leoni (anche se non si ha alcuna notizia certa di cristiani trucidati nel Colosseo). Ma, nell’oscurità della notte, il monumento pagano si trasforma in un covo di demoni, si popola di diavoli e fantasmi. Benvenuto Cellini vi s’insinua alla luce della luna, in compagnia di un negromante, per evocare legioni di spiriti. L’architettura del Colosseo ispira anche la visione della Torre di Babele nei quadri di Pieter Brueghel il Vecchio. E pure Edgar Allan Poe dedica un poemetto al monumento che, tra Sette e Ottocento, diventa tappa obbligata del Grand Tour. Lo visitano Stendhal e Chateubriand, Nathaniel Hawthorne e Mark Twain. Ci va Goethe, l’11 novembre 1786, e anche lui, che pure amava le feste galanti più delle rovine, ne resta impressionato. Annota nel suo Viaggio in Italia: «Quando si è visto questo monumento tutto il resto sembra meschino; è così grande che la sua immagine non si può contenere tutta nello spirito; ce lo ricordiamo più piccolo, e se vi ritorniamo ci sembra più grande». Più tardi lo visita James Joyce, che scrive, in una lettera al fratello: «Roma mi sembra un tizio che vive esibendo ai viaggiatori il cadavere della propria nonna».
Dal fascismo a Jeeg Robot
La retorica fascista non mancherà di sfruttare il monumento come simbolo della gloria imperiale. E l’anfiteatro, ben prima di Ridley Scott, è ovviamente scenario prediletto di molti kolossal in stile peplum. Ma fa la sua comparsa anche in altri film. Lo visitano romanticamente Gregory Peck e Audrey Hepburn in Vacanze romane. Ci si arrampicano prima Alberto Sordi in Un americano a Roma e poi Claudio Santamaria nei panni dell’improbabile supereroe romanesco di Lo chiamavano Jeeg Robot. Tra le sue arcate combatte pure Bruce Lee, abbattendo i suoi avversari a colpi di kung-fu. Riprodotto, serializzato e smerciato in migliaia di immagini e souvenir, il Colosseo non è più solo un monumento del passato. È un’icona pop della modernità. Come diceva un viaggiatore inglese dell’Ottocento, citato da Stendhal, osservando alcuni muratori che si affaccendavano per puntellare le antiche pietre: «È la cosa più bella che ho visto a Roma: quando sarà finito sarà magnifico».