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 2017  marzo 05 Domenica calendario

Ciro Ippolito: «Per ‘Alien 2’ è impazzita la 20th Century Fox. ‘Arrapaho’ film stupendo»

La valigia per la Costa Azzurra è pronta, la frase di lancio di Low budget, il suo prossimo film da presentare al Festival di Cannes, anche: Hollywood, 1979. Un napoletano senza un dollaro gira Alien 2 e manda in crisi la 20th Century Fox. Attore, regista e produttore, Ciro Ippolito ha 70 anni e ne dimostra 50. Non ha mai avuto fretta: “La storia di Alien 2 gliela racconto dopo” perché il tempo, dice, “esiste solo per chi non ha ironia e conta i giorni in fila, uno dopo l’altro”.
Con i capelli bianchi, il sorriso largo, la voce che non di rado inciampa nel falsetto e la spregiudicata impudenza del giocatore d’azzardo, Ippolito era la pallina impazzita della roulette. I film con Rossellini e le sceneggiate con Mario Merola, gli esperimenti con gli Squallor e le sfide a Ridley Scott sul crinale del plagio. Nell’avventurosa storia del cinema italiano, tra un’invenzione, un arresto e un colpo di genio, Ciro il grande, con o senza vestiti nuovi, ha sempre vissuto da imperatore: “Credo di essere l’unico italiano senza una pensione, un vitalizio o un cazzo di niente. Non ho nulla e sono felice. Ho contribuito molto e non gravo su nessuno. Meno male”.
È un sollievo?
La precarietà ce l’ho nel Dna. Nella mia famiglia, dallo zio Giosuè che si sputtanava tutto puntando sui cavalli fino a mio fratello Leonardo, erano tutti impresari teatrali.
Vite nomadi.
Quando accompagnavo presentatori e cantanti da una festa di piazza all’altra facevo anche 800 chilometri a notte. Partivo da Sorrento alle 8 di sera e mi toccava andare a Gaeta, a Benevento e poi ancora a Caserta.
Guidava lei?
Solo quando c’erano le ragazze. E la patente non ce l’avevo ancora.
Lei non ha l’aria del monogamo.
Io non so neanche che significhi la parola, ma ero comunque quel che si sarebbe detto un bel ragazzo e per strada mi scambiavano per un divo. Mi chiedevano gli autografi e io firmavo. Una volta scortavo Peppino Gagliardi a Saint Vincent, ci si avvicinò Aurelio Fierro, il suo discografico: ‘Ciro, dammi il tuo pass che me ne manca uno’, ‘Aurelio, se te lo do io come entro?’, ‘Seguimi, con quella giacca e quel profilo non ti ferma nessuno’. E cominciò a gridare pregando di far strada al fantomatico Dean Queen.
E lei?
Diventai Dean Queen, scarabocchiai più di un foglietto e strinsi molte mani. L’ultima fu quella di un agente cinematografico romano: ‘Ma lo sai che hai una gran faccia? Perché non vieni a trovarmi a Roma e provi a fare l’attore?’. Io avevo già recitato da ragazzino in Classe di ferro di Turi Vasile e non è che l’esperienza mi avesse proprio entusiasmato. Ero scettico, ma decisi di passare lo stesso nell’ufficio di quell’agente e proprio come nelle favole, mentre lasciavo le foto in segreteria, incontrai l’aiuto regista di Roberto Rossellini. Mi vide, mi fermò e mi chiese se volevo fare una posa in Agostino d’Ippona che si sarebbe girato a Pompei.
Lei accettò.
Era pur sempre una posa con un maestro. La feci, mi misi in un angolo a mangiare il mio cestino, alzai lo sguardo e incontrai con gli occhi Isabella, la figlia di Roberto: ‘Mio padre ha detto che te la sei cavata benissimo e che sarebbe felice se mangiassi con noi’. Passai un’ora con Rossellini e poi a sera, prima di andarmene, andai a ringraziarlo in albergo. Lo trovai incazzatissimo.
Perché?
Mancavano i neri, le comparse africane. L’organizzatore, avrebbe dovuto trovarle e farle arrivare da Roma in tempi record. ‘Scusatemi – dissi – ma perché dovrebbero venire da Roma? A Bagnoli c’è una base Nato, una mia amica è la figlia di un dirigente, perché non le chiediamo una mano?’. Rossellini annuì e l’organizzatore mi guardò con odio immediato e sincero. C’era da capirlo. Che voleva ‘sto stronzo appena arrivato? Che andava cercando l’attorucolo?
Che andava cercando?
Volevo dare una mano. Alla Nato andammo in delegazione. Io, Isabella e la prima moglie di Rossellini, la costumista Marcella de Marchis. Alla base trovammo collaborazione, molte più comparse del previsto e persino i pullman in prestito per portarle a Pompei. Il problema era vestirle. Arrivammo ai mercati generali e comprammo chilometri di drappi a poco prezzo. Poi arrivammo sgommando sul set con il nostro carico di generici e a quel punto l’organizzatore impazzì. Mi insultò e mi disse: ‘Adesso questo casino lo risolvi tu’. Le comparse c’erano, ma andavano fatte mangiare, erano più di 200 e gli leggevi in faccia qualche perplessità. ‘Do you like pizza and Coca-Cola?‘, chiesi al gruppone. Mugolii di approvazione. ‘Che ci vuole? – tentai – compriamo 100 pizze, le bottiglia di Coca, non spendiamo niente e abbiamo la nostra scena di massa’. Rossellini era felice e mi promosse sul campo. Da lì alla fine feci l’assistente alla regia.
Come passò dal recitare con Rossellini a produrre Mario Merola?
Eravamo amici. Mario, spiritoso e generoso, faceva lo scaricatore di porto e ogni tanto mi capitava di viaggiare con lui per concorsi canori. A quei tempi, sull’onda del successo de I guappi di Pasquale Squitieri, cercavo di farmi produrre una sceneggiatura che al titolo di quel film si ispirava, L’ultimo guappo. Con il copione in mano bussavo a tutte le porte.
Con che esiti?
Non lo voleva fa’ nessuno. Porte in faccia, rifiuti, fughe improvvise. Davanti a un’edicola del centro un giorno vidi il regista Fernando di Leo e decisi di seguirlo per proporgli di girare L’ultimo guappo. Avevo un aspetto poco rassicurante e i tempi – credo fosse il ‘76 – erano quelli che erano. Di Leo si accorse che lo tallonavo e si mise a correre. Io gli corsi a mia volta dietro. Fernando aprì il portone, rinunciò all’ascensore e cominciò a salire in fretta le scale. Mi misi in scia e quando inciampò e finalmente lo raggiunsi lo vidi coprirsi il volto spaventatissimo. ‘Non mi ammazzare, ti prego!’. ‘Dottore, per carità, non voglio farle del male. Sono qui solo per darle una storia da leggere’. Di Leo cambiò espressione e con gli occhi fuori dalle orbite, fiatò soltanto un lunghissimo vaffanculo.
Il film poi, girato da Alfonso Brescia, uscì nel ’78.
Mia madre mi fece sapere che c’era un signore che mi aveva cercato più volte al telefono. Era un distributore. Lo contattai: ‘Ma lei sta per produrre un film con Merola?’. Più che a Mario, come protagonista avevo sempre pensato a un altro amico, Luc Merenda. Ci somigliavamo tanto che ci scambiavano per fratelli. Dimenticai in fretta le intenzioni originarie, mi feci dare i soldi e incontrai Merola in un bar per proporgli il film. Era una storia di contrabbandieri, sigarette e finanzieri che a spanne riguardava decine di migliaia di napoletani e che infatti vide i cinema della città assaltati. Il traffico bloccato, le code, un successo strepitoso.
Poco dopo arrivò Alien 2.
Ero andato a vedere Alien al cinema Adriano con Carlo Broglio detto Imbroglio, un montatore bravissimo abituato al recupero di spezzoni scartati in moviola che spesso finivano nei miei film e una volta uscito avevo visto affisso l’enorme manifesto di Zombi 2 girato da Lucio Fulci. Guardavo al cinema americano da sempre e mi venne in testa un’idea meravigliosa. ‘Si potrebbe fare benissimo Alien 2’. Andai da Angiolo Stella, un distributore con l’ossessione del cinema di qualità che in Italia aveva portato Herzog, Wenders e Cassavetes e gli proposi di comprare una pagina su Variety annunciando l’imminente, finta lavorazione del film.
Stella le diede retta?
Angiolo era sempre senza una lira, ma si lasciò convincere. In fondo alla pagina mettemmo un numero di telex, quello di uno spedizioniere che dopo qualche giorno ci telefonò allarmato perché per assicurarsi il film erano arrivate centinaia di richieste e il telex era andato in tilt. Avevamo fatto centro. Con quei pezzi di carta io e Stella irrompemmo nell’ufficio di Vinzi&Pane, i distributori di Zombi 2, e in un quarto d’ora li persuademmo a darci 400 milioni di cambiali.
Un bel colpo.
Lo sarebbe stato se le banche e i creditori non fossero saltati addosso a Stella per spolparlo. Pochi giorni dopo, del bottino ottenuto non restava più nulla. Angiolo piagnucolava: ‘Mi dispiace, mi dispiace – diceva –. Ti prego, inventati qualcosa’. ‘Che cazzo mi invento Angiolo? Siamo rovinati’.
In Un napoletano a Hollywood, il suo libro autobiografico edito da Pironti, raccontava un’altra storia.
Stella era ancora vivo e mi dispiaceva dire tutta la verità sui suoi debiti. Così avevo scritto di un viaggio a Cannes in cui avevamo bruciato tutto in 15 giorni perché mi pareva letterario e perché De Sica e Peppino Amato avevano raccontato anni prima di aver ottenuto molti soldi da Rizzoli incontrato a Montecarlo per un film e di averli poi allegramente dissipati tra un casinò e un ristorante. Immaginare me e Stella come Vittorio e Peppino non mi dispiaceva.
Come recuperò il denaro sequestrato a Stella?
Un giorno a casa vidi in tv un documentario sulle Grotte di Frasassi. Stalattiti, stalagmiti, profondità. ‘Ecco dove potremmo ambientare Alien 2’, mi dissi e poi mi feci venire in fretta un’idea perché proprio senza una lira il film non lo potevo fare. Corsi a cercare libri fotografici sulle grotte, feci fare degli ingrandimenti e con quelli andai da Vinzi&Pane sostenendo che stessimo spendendo tanto per le scenografie: ‘Ci servono altri 50 milioni’. Me li diedero. E con quelli girai il film.
Un po’ pochi.
Fu un’avventura. Andai in giro per cavità carsiche e alberghi cercando di spuntare il prezzo migliore e poi mi fermai in Puglia, a Castellana Grotte. L’albergatore, Semeraro, somigliava a Lino Banfi e aveva un cuore grande. Non solo ci ospitava per poche lire, ma ci scontava anche gli assegni. Al posto dei contanti per la troupe infatti, un giorno ne arrivò uno di Stella. L’organizzatore mi guardò perplesso e mi disse: ‘È cabriolet’. ‘Che significa è cabriolet?’, e lui: ‘Significa che se lo versi oggi ti protestano, ma se aspetti 10 giorni, Angiolo lo copre’. Semeraro si offrì di anticiparci i soldi e si prese un bel rischio.
Tra un’ingiunzione e l’altra rischiò anche lei.
Prima si incazzarono e poi tentarono di comprarci con un milione di dollari per distruggere il negativo. I nostri soci esultavano, ma io ormai volevo che il film uscisse e mi impuntai. Vinzi&Pane lo avevano venduto in tutto il mondo e ci avrebbero guadagnato comunque e io bello o bruttissimo che fosse, Alien 2 lo sentivo come una mia creatura.
Alla fine l’ebbe vinta lei e adesso, l’avventura di quel film sarà raccontata in un altro film.
Pensare che non avrei dovuto neanche girarlo, ma il regista se ne andò dopo una settimana e Mario Bava mi suggerì di subentrargli. Avevo ovvi problemi di soldi e di effetti speciali e Bava mi suggerì il trucco: ‘Vai dal macellaio, compra interiora e trippa. La trippa fa sempre paura’. Non potendo ricostruire il mostro, ci inventammo la soggettiva del mostro stesso e seguimmo i consigli del vecchio maestro. di Bava. Un tecnico puntava l’aria sulla trippa e il primissimo piano della carne mossa sembrava proprio l’occhio dell’alieno.
La 20th Century Fox le fece causa per 10 milioni di dollari.
Me ne fregai. Che poi mica era vero che il titolo non potessimo usarlo. Non se l’era inventato Ridley Scott, Alien. Ma quando mai? Era una cazzata. Stella, bravissimo, aveva scoperto che era stato già usato 40 anni prima. Il film è uscito in tutto il mondo e la Fox ha perso tutte le cause che ci ha intentato.
Lei con la giustizia ha intrattenuto un rapporto dialettico e creativo.
In galera ci sono finito per rissa, per difendere un amico da un sopruso quando ero adolescente e poi ci sono tornato per una storia kafkiana quando ero già un uomo maturo.
Venne accusato di aver fornito droga a Laura Antonelli e arrestato.
Io, che non fumo neanche e la coca non l’ho mai provata in vita mia. Non c’entravo niente e venni assolto addirittura su richiesta del pm, ma mi smerdarono in tanti perché non si capiva chi avesse dato la roba a Laura e perché per quella storia, in un’epoca di pesantissime leggi sul tema, serviva in fretta un capro espiatorio e io ero perfetto. La verità è che Laura, la persona più bella, simpatica e dolce che abbia mai conosciuto, non stava bene. Parlare di lei mi addolora. Era malata e non l’aveva capito nessuno.
Come fu la galera?
Mi misi subito a cantare con i detenuti E sull’aria delle canzoni di Alberto Sordi mettemmo su musical sui carcerati.
Con il primo film degli Squallor, Arrapaho, sbancaste i botteghini e scatenaste le stroncature.
La cosa che in pochi hanno capito è che Arrapaho, un Gulietta e Romeo molto rivisitato, voleva e doveva essere brutto perché la chiave comica risiedeva proprio nella bruttezza. Era un’operazione dadaista, Arrapaho. Altroché.
Addirittura?
Cercavo il non sense, la comicità senza la tirannia dei comici, la situazione surreale, l’intervento fuori campo che finiva direttamente nel racconto. La tendopoli dei Pellerossa, per dire, non era ambientata sulla Tiburtina per caso. C’era ironia, ma bisognava essere predisposti a coglierla. Si ricorda i titoli di coda? ‘Un film disastrosamente diretto da Ciro Ippolito’.
Ci fu chi parlò di volgarità e sketch senza senso affastellati al solo scopo di arrivare alla durata minima.
Guardi, per me Arrapaho e il successivo Uccelli d’Italia sono i film più belli del mondo.
Bum.
A patto naturalmente che non siano giudicati da una testa di cazzo che si mette in cattedra a fare il purista. Se ti poni con quell’atteggiamento, un po’ povero d’animo sei. Con Cerruti e Pace, comunque, mi sono divertito da morire. Io ero mezzo astemio, loro incrollabili bevitori. Dopo certe riunioni non riuscivamo neanche ad alzarci dal tavolo.
Che ruolo ha avuto Ciro Ippolito nel cinema italiano?
Non lo so, non me lo sono mai chiesto e non me ne frega niente.