il Fatto Quotidiano, 5 marzo 2017
La tassa sul fumo che serve allo Stato e a Philip Morris
Nuovo round nella guerra del tabacco, dove i profitti del settore dipendono dalle decisioni della politica: il ministero del Tesoro sta per emanare un decreto che rivede la struttura dei prezzi delle sigarette. L’obiettivo è trovare 200 milioni di euro che potrebbero contribuire alla manovra chiesta dall’Unione europea (3,4 miliardi entro la primavera). Ma questo decreto dovrebbe anche ridisegnare i rapporti di forza tra i produttori che, in questi anni, si sono dati molto da fare per avere buoni rapporti con il governo e tutto il mondo renziano.
La multinazionale più attenta all’intervento ministeriale sui prezzi è Philip Morris Italia che confida di recuperare le quote di mercato che ha perso. Philip Morris ha un rapporto speciale con il renzismo che sembra sopravvivere a Matteo Renzi: era riuscita a far celebrare al premier i lavori per un nuovo stabilimento a Bologna (anche se i nuovi assunti promessi si sono visti solo in piccola parte) e vanta in consiglio di amministrazione Sergio Marchionne, ad di Fiat Chrysler tra i più convinti sostenitori di Renzi.
Nel 2013 lo Stato ha incassato 13,7 miliardi dal settore dei prodotti da fumo e tabacco. L’anno dopo è partita una riforma che ha fissato un carico fiscale minimo di 170 euro per ogni chilo di prodotto, le accise sono salite da 58,5 a 58,7 per cento. Lo scopo dell’intervento era rendere più stabile il gettito garantito allo Stato in un momento in cui il consumo oscillava molto a causa delle difficoltà economiche dei fumatori, orientati a ridurre il consumo o a passare a tabacco e cartine. Secondo uno studio di The European House – Amborsetti, finanziato da Philip Morris Italia, il gettito per lo Stato “dipende in modo rilevante dal livello dei prezzi medi di vendita e non dalla quantità di sigarette vendute” e quindi “ogni centesimo di variazione negativa sul prezzo si traduce in circa 0,76 centesimi di minor gettito”. Da questo punto di vista la riforma ha funzionato e i prezzi sono saliti. Ma qualcosa è cambiato.
La Camel, marchio di Japan Tobacco International, ha tenuto i prezzi dei suoi pacchetti a cinque euro, soglia psicologica per molti consumatori e di notevole praticità perché evita di dover integrare la banconota con le monete. Philip Morris, che ha diversi tipi di Marlboro a 5,20 o 5,40 euro, ha perso 3 punti percentuali di quota di mercato in un anno. E non è poco per aziende che dipendono da clienti abitudinari e prevedibili quali i dipendenti da nicotina. Oggi le quote di mercato sono Philip Morris al 51 per cento, Japanese Tobacco International al 23 (in un anno ha guadagnato due punti), British American Tobacco al 19 e Imperial al 3 per cento.
Nella bozza di decreto che circola in questi giorni e che dovrebbe essere pronta a inizio settimana, è previsto un aumento del peso fiscale basso sui marchi più costosi e molto pesante su quelli economici: il carico fiscale minimo dovrebbe salire da 170,5 a 175 euro al chilo. È una tassa che, in quanto fissa, colpisce di più i marchi di fascia bassa. Le imposte parametrate al prezzo, come le accise (oggi al 58,7%) e la tassa “specifica” – che colpiscono di più i prodotti di gamma alta – dovrebbero invece essere ritoccate di poco.
Il risultato è un aggravio di imposta di 1,79 euro per ogni chilo di prodotto per le sigarette ad alto prezzo, come il marchio Marlboro di Philip Morris, e una stangata da 5 euro al chilo per le aziende che vendono pacchetti sotto i 5 euro, come la rivale Japan Tobacco International.
La zavorra fiscale regressiva, che colpisce in proporzione di più i marchi a prezzo ridotto, servirebbe allo Stato ad assicurarsi di non perdere gettito anche a fronte di un eventuale riduzione del consumo (per i rincari) e costringerebbe tutti i produttori che stanno a 5 euro o appena sotto a dover rivedere al rialzo i prezzi. A tutto vantaggio dei marchi premium, come Philip Morris. Secondo lo studio Ambrosetti, un aumento del prezzo del 10 per cento genera un calo della domanda del 4-5 per cento. Chi già oggi ha i prezzi più alti potrà decidere se alzarli ancora per rifarsi dal (lieve) aggravio fiscale o tenerli fermi e limitarsi a recuperare quote di mercato, visto che a parità di spesa i fumatori sceglieranno le sigarette premium.
Sul provvedimento sta lavorando il sottosegretario al Tesoro Paola De Micheli (Pd), che per il momento si limita a commentare che “nulla è ancora deciso”. Nel bimestre dicembre-gennaio il settore ha visto un calo del 10 per cento sull’anno precedente: il Tesoro vuole fare qualcosa per evitare buchi di entrate e teme che, visto il calo del mercato, parta una guerra dei prezzi che sarebbe disastrosa.