la Repubblica, 5 marzo 2017
Il Papa dimezza il «rosso». Musei in attivo, offerte e meno superconsulenti
CITTÀ DEL VATICANO La riforma della curia romana, e dunque anche delle sue finanze, è ancora in itinere. Ma, intanto, un primo risultato è stato raggiunto. Anche se il bilancio generale rimane negativo, il deficit totale è stato più che dimezzato: 12,4 milioni di euro è il rosso del 2015 rispetto ai 25 milioni e seicento del 2014. Merito della “spending review” chiesta a tutta la Santa Sede da Francesco e che ha riguardato anche il blocco di tutte le assunzioni. E merito, pure, dell’incremento del contributo fatto pervenire Oltretevere dagli episcopati locali che nel 2015 è stato di 24 milioni di euro, con un aumento di 3 milioni rispetto all’anno precedente. In generale, spiega a Repubblica Paloma García Ovejero, vicedirettore della Santa Sede, «la riduzione del deficit è il prodotto di vari fattori, tra i quali anche il miglioramento della gestione dell’anno e di alcune sinergie di periodo».
Fin da quando è stato eletto al soglio di Pietro, Francesco ha chiesto una maggiore sobrietà a tutti dicasteri. Bergoglio, oltre ad aver abolito il tradizionale bonus per i dipendenti della Santa Sede durante la sede vacante e l’elezione papale (circa mille euro in più al mese, ma ha riguardato ovviamente soltanto il 2013), ha bloccato tutte le assunzioni in Vaticano e – piccolo ma significativo segno – ha tagliato i gettoni di presenza dei cinque cardinali membri della commissione di vigilanza dello Ior, circa 25mila euro all’anno.
Le linee guida di questa “spending review” le ha date nel 2014 la Congregazione dei religiosi. Il dicastero pubblicò allora un vademecum «per indicare gli elementi fondamentali sulla gestione dei beni e offrire suggerimenti utili alla riorganizzazione delle opere». Ventitré cartelle di indicazioni su gestione dei beni, collaborazione con le Chiese locali, con altri istituti e con i consulenti, suggerimenti sulla formazione, con riferimenti chiari alla trasparenza di bilancio, alla necessità di ricorrere agli audit esterni, ai piani di rientro dal deficit e alle vendite degli immobili. «La testimonianza evangelica esige che le opere siano gestite in trasparenza, nel rispetto delle leggi canoniche e civili, e poste a servizio delle tante forme di povertà», si legge nel libretto che contiene indicazioni di sistemi di controllo interni, piani di investimento, documentazione e registrazione delle varie operazioni e rendicontazione periodica. E poi la raccomandazione di «non servirsi di consulenti esterni per non spendere denaro, rischiando di incorrere in problemi legali, economici, fiscali» e «sperperare il denaro dell’istituto nelle consulenze».
Quattro anni fa Francesco decise di iniziare la riforma della curia romana dalle sue finanze. Perché la più urgente, disse. E così sta facendo ancora oggi. Anche se il bilancio presentato ieri dalla Segreteria per l’Economia guidata dal cardinale George Pell è una semplice presa d’atto: ancora né il Papa né il Consiglio per l’Economia presieduto dal cardinale Reinhard Marx l’hanno approvato. E che le riforme non siano state ancora del tutto completate lo afferma anche un comunicato diramato ieri dalla stessa Segreteria per l’economia dove si spiega che l’applicazione delle Politiche vaticane di Financial Management (VFMP) approvate da Francesco il 24 ottobre 2014, e che si basano sui Principi contabili internazionali per il settore pubblico (IP-SAS), sono sì «saldamente in corso», tuttavia sarà «necessario qualche anno per il completamento di questo processo e per l’attuazione di una revisione contabile completa». Inoltre, è sempre il medesimo comunicato a rivelare che il bilancio non è stato sottoposto a nessuna revisione contabile e, dunque, non gode ancora di una certificazione certa per quanto riguarda dati e numeri. Le principali voci di entrata per il 2015, in aggiunta ai rendimenti degli investimenti, si riferiscono ai contributi delle diocesi, cioè quelli relativi al Canone 1271 del Codice di Diritto canonico (pari a 24 milioni), e ai contributi dallo Ior (50 milioni). Mentre, nonostante il blocco delle assunzioni, la voce di spesa più significativa della Santa Sede è stata ancora quella relativa al costo del personale.
Il Governatorato della Città del Vaticano ha invece registrato un surplus di 59,9 milioni di euro, sceso di poco rispetto al 2014, quando era stato di 63,5 milioni, mentre nel 2013 l’attivo era stato di 33 milioni. Nel caso del governatorato il surplus è dovuto principalmente alle entrate derivanti dalle attività culturali, prima di tutto i Musei.