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 2017  marzo 05 Domenica calendario

Vitalizi. Tetti, anzianità e contributi: così può risparmiare la politica

La proposta dell’onorevole Di Maio di riforma delle pensioni dei parlamentari ha suscitato un vespaio di polemiche, e anche una enorme confusione. È utile tentare di fare un po’ di chiarezza. Premessa importante, ovvia a molti ma forse non a tutti: la proposta Di Maio riguarda solo i nuovi trattamenti previdenziali, che a partire da questa legislatura sono calcolati con il metodo contributivo. Il contributo per la pensione è il 33 per cento dell’indennità parlamentare, l’8,80 per cento pagato dal parlamentare e il 24,20 per cento dallo Stato, esattamente le stesse percentuali di tutti i dipendenti statali. I contributi vengono accumulati e capitalizzati allo stesso tasso di tutti gli altri lavoratori, e il montante così ottenuto determina l’ammontare della pensione.
Prendiamo il caso estremo di un parlamentare che non ha mai lavorato e viene eletto a 60 anni per un solo mandato. A 65 anni può andare in pensione con circa 1000 euro lordi (su 12 mensilità), cioè 900 netti tenendo conto delle detrazioni. Sembra tanto per cinque anni di lavoro, ma la ragione non è che il parlamentare riceve un trattamento di favore nel calcolo della pensione, bensì la sua indennità, che è molto alta, e quindi sono alti i contributi accumulati. Un qualsiasi dipendente statale con cinque anni di contribuzione con gli stessi stipendi e con la stessa storia contributiva prenderebbe una pensione molto simile.
IL DIVARIO
Ma… ci sono dei ma. Un lavoratore normale con soli cinque anni di contributi andrebbe in pensione a 70 anni, non a 65. Con almeno due legislature, cioè almeno dieci anni di contributi, il divario aumenta: il parlamentare percepisce la pensione a 60 anni, il comune cittadino ancora a 70. Solo con almeno venti anni di contributi il comune cittadino può andare in pensione a 66 anni e 7 mesi, sempre più tardi dei 60 anni del parlamentare.
Ci sono poi almeno due altre anomalie, forse ancora più rilevanti, anche se stranamente nessuno sembra parlarne. A un lavoratore normale si applica un tetto massimo di base imponibile: il reddito oltre i 100 mila euro non contribuisce ad accumulare la pensione. Se si applicasse questo tetto la pensione dei parlamentari si ridurrebbe del 25 per cento. Inoltre, il coefficiente di trasformazione, che moltiplica il montante finale per determinare la pensione, viene rivisto al ribasso ogni tre anni, per riflettere l’aumento della vita media attesa. Il Parlamento sembra avere ignorato la revisione del 2013, che di fatto ha ridotto le pensioni, a parità di montante, del 4 per cento. Se continuerà ad ignorare le revisioni, ogni anno le pensioni dei parlamentari guadagneranno circa l’uno per cento rispetto alle altre pensioni.
La soluzione più semplice a tutte queste anomalie è quella proposta da Di Maio: applicare ai parlamentari per intero la riforma Fornero, inclusa la parte relativa ai requisiti contributivi e al cumulo. Secondo Di Maio per fare questo sarebbe sufficiente una delibera degli uffici di presidenza di Camera e Senato.
Senonché qui c’è una complicazione tecnica, che ha creato una ulteriore, enorme confusione, e altre polemiche roventi. Il caso estremo visto sopra di un parlamentare eletto a 60 anni senza una storia lavorativa alle spalle è, appunto, estremo: quasi tutti i parlamentari hanno pagato contributi in passato o li pagheranno in futuro nei rispettivi fondi di provenienza. Per applicare integralmente la riforma Fornero bisogna dunque poter ricongiungere le carriere, perché i requisiti contributivi della Fornero si riferiscono a tutta la vita lavorativa. Ma per farlo è necessario far dialogare i fondi e gestioni dell’Inps con le contribuzioni dei Parlamentari. Al momento questo non è possibile, perché il Parlamento non “versa” i contributi all’Inps; né esiste un riferimento, nella legge sul cumulo, alle contribuzioni dei parlamentari. Per farlo molto probabilmente è necessaria una legge, non una semplice delibera degli uffici di presidenza delle due camere.
L’OMISSIONE
Un punto importante: la disparità dei requisiti anagrafici va corretta, ma per motivi di giustizia, non di bilancio, perché lo Stato non risparmierebbe niente da questa operazione. La pensione del parlamentare è finanziata sempre dal suo montante: se il parlamentare andasse in pensione più tardi, come proposto da Di Maio, prenderebbe una pensione leggermente superiore a quella attuale. Qualche risparmio verrebbe invece dall’estensione del tetto pensionabile di 100 mila euro, e dalla revisione dei coefficienti di trasformazione. Ma realisticamente si tratterebbe di pochi milioni l’anno.
I veri risparmi sono nei vitalizi in essere, uno scandalo che grida vendetta comunque li si voglia valutare. Nel 2014 Camera e Senato hanno speso quasi 230 milioni per vitalizi a ex parlamentari ed eredi, per un importo medio vicino ai 100 mila euro; le regioni hanno speso altri 175 milioni. Applicando il ricalcolo contributivo lo Stato risparmierebbe 80 milioni sui vitalizi dei parlamentari, e altri 60 sui vitalizi regionali.
La proposta Di Maio non tocca i vitalizi in essere. L’omissione è intenzionale, perché si dovrebbero fare i conti con il convitato di pietra di tutto questo dibattito: la Corte Costituzionale, paladina dei famosi “diritti acquisiti” o presunti tali. Ammesso che una maggioranza del Parlamento abbia voglia di intervenire in materia (cosa molto dubbia: la proposta Richetti in questo senso giace in Parlamento da due anni, affos- sata anche dall’indifferenza dei suoi stessi compagni di partito), la Corte quasi certamente invaliderebbe il provvedimento. Tuttavia, la stessa Corte recentemente ha dato segnali che non sarebbe avversa a una riduzione di tutti i trattamenti retributivi più alti (non solo quelle dei parlamentari, ma di tutte le categorie di lavoratori) purché i risparmi vadano a pagare aumenti delle pensioni più base o dei sussidi alla povertà. Come ha mostrato un lavoro dell’Inps del 2015, un ricalcolo molto “soft” di tutte le pensioni retributive più alte porterebbe risparmi per due miliardi: non noccioline. Ma politicamente questo è una bomba che nessuno è disposto a fare scoppiare.
TRE PROBLEMI
Tre sono le conclusioni di questa analisi. Primo, il regime attuale delle pensioni dei parlamentari contiene ancora alcuni privilegi difficilmente giustificabili, anche se ben lontani dal precedente regime dei vitalizi. Quasi certamente, tuttavia, un intervento richiederebbe una legge, non basterebbe una delibera degli uffici di presidenza delle camere.
Secondo, correggere il sistema pensionistico attuale, anche se opportuno, porterebbe risparmi minimi allo Stato, una manciata di milioni l’anno. I veri risparmi sono nei vitalizi in essere. Qui c’è la grossa incognita della Corte, che tuttavia risulta molto utile perché può essere usata come facile scusa per nascondere la tiepidissima volontà politica di agire al riguardo.
Terzo, la vera anomalia non è nel calcolo delle pensioni, ma nell’ammontare della base contributiva, l’indennità parlamentare: questa sì scandalosamente alta. Ironicamente, sarebbe più facile ridurre il compenso dei parlamentari che cambiare le loro pensioni: in questo caso basterebbe veramente una delibera degli uffici di presidenza delle Camere. Ma su questo, a parte il M5S, nessuna forza politica sembra mostrare il benché minimo interesse.