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 2017  marzo 05 Domenica calendario

La nuova vita di Mirafiori Sud, il quartiere delle ex tute blu

Come si ricuce una società che si è scucita? È una delle domande-chiave del nostro tempo e le risposte faticano a venir fuori. Bill Gates ne ha avanzato una (tassare i robot) guardando al futuro e non alle lacerazioni già aperte. In Italia avanza l’idea di spendere di più e in varie forme, dal reddito di cittadinanza a programmi di sussidio. Onestamente non è facile individuare delle misure capaci di attenuare rancore ed esclusione, per cui conviene fare il percorso a ritroso. Pescare suggerimenti da esperienze già esistenti, sperando di poterle generalizzare. E in questo senso una visita torinese al quartiere di Mirafiori Sud è più che utile. Non risponde a tutte le domande ma da imparare ce n’è.
Eventi e managerIl quartiere che sorge a sud di quella che è stata la grande fabbrica per antonomasia è cresciuto al tempo dell’immigrazione meridionale. Le tute blu che lo abitano recano con sé un pezzo di storia del ‘900 e lo indossano con dignità e orgoglio. Oggi che sono in pensione non si considerano dei vinti pur avendo vissuto sulla propria pelle gli anni difficili della crisi dell’auto. Il Nord ne ha migliorato la condizione sociale (portavano i genitori a svernare a Torino perché in casa c’erano i termosifoni!), li ha immessi nella modernità chiedendo molto ma non stritolandoli. Hanno delle buone case, sono riusciti a far studiare i figli ma soprattutto hanno comunque scelto di rimanere, di non tornare nei paesi d’origine. Non sono un gruppo omogeneo ma costituiscono però una comunità unita dalle esperienze vissute, dai valori che hanno mutuato in fabbrica accettando i doveri e battendosi per i diritti. Sarà anche per questo che oggi non c’è rancore in loro. A raccontarmi queste sensazioni è un sindacalista-sociologo come Bruno Manghi che ha speso una vita da dirigente Cisl, ha scritto libri premonitori, formato centinaia di quadri sindacali e si è guadagnato grande rispetto anche tra gli industriali. Bruno lo si incontra alla Casa del Parco, un centro di iniziative che sta all’incrocio tra via Panetti e via Artom, non sa nemmeno dove sia di casa l’ideologia e le sue osservazioni sono delle nitide fotografie del nostro tempo. A proposito di immigrazione, ad esempio, ti confida come Francesco Alberoni l’avesse capita più della sinistra, aveva intuito la forza dell’integrazione e «superato» l’atteggiamento pietistico.
Mirafiori Sud oggi è un insieme quasi pirotecnico di iniziative, 130 eventi l’anno. Mi rifugio nell’elenco perché rende meglio questa complessità. Ci sono gli orti urbani lungo il fiume Sangone che scorre vicino, c’è la festa di Carnevale, la scuola di circo, un campo di volo, le sfilate di moda, la banda musicale del quartiere, persino un giardino dei Giusti dedicato alle famiglie piemontesi che hanno protetto gli ebrei. La Casa del Parco è una cabina di regia, ci lavorano dei «manager sociali» – è giusto definirli così – come Elena Carli che mixano generosità e professionalità e rispondono ai bisogni o erogando direttamente dei contributi o coprogettando soluzioni utili. In questo modo si è creata una piccola classe dirigente di quartiere, quello che prima facevano solo le parrocchie oggi lo fa l’associazionismo e le persone in gamba hanno avuto una chance organizzando un inizio di pronto soccorso contro le povertà palesi e quelle nascoste. Gli anziani sono stati persino forniti – grazie al software messo a punto in collaborazione con il Politecnico – di una mappa con i punti critici del quartiere, dalle buche delle strade agli angoli a rischio borseggio e questa mappa viene continuamente aggiornata anche grazie a un altro tipo di collaborazione, quella con polizia e carabinieri. Che dimostrano nei loro quadri dirigenti una capacità di leggere il territorio una volta impensabile. Gli immigrati stranieri non sono molti nel quartiere, la componente più numerosa è quella romena ma ci sono anche i rom, c’è il giardino delle badanti venute dalle Russie, due insegnanti in pensione che insegnano alle mamme maghrebine a parlare italiano per non penalizzare i figli obbligandoli sempre a parlare arabo. L’elenco – peraltro forzosamente incompleto – delle iniziative serve a capire che Mirafiori Sud non è un posto di folla solitaria, gente che si sfiora ogni giorno senza conoscersi perché ci sono ancora almeno una dozzina di centri di incontro di anziani e bocciofile. A giorni aprirà anche la locanda, un ristorante a prezzi contenuti che utilizzerà l’invenduto nei negozi.
I volontari della FcaTanta qualità dal basso stavolta è riuscita a incrociare un analogo movimento dall’alto. La prima giunta comunale guidata da Sergio Chiamparino con il suo piano di risanamento urbano (e abbattendo due casermoni) ha creato le condizioni di fondo. Poi la Compagnia di S. Paolo che ha messo a disposizione 250 mila euro serviti alle associazioni per coprogettare e migliorare i servizi, finanziare i progetti. E successivamente grazie a Manghi è stato possibile costruire un ponte con quella che qui continueranno a chiamare sempre «la Fiat» e che è la Fca. In gergo manageriale si chiama Csr (Corporate social responsibility), tradotto nel concreto ha voluto dire che manager e impiegati dell’azienda guidata da Sergio Marchionne hanno scelto volontariamente di lavorare per il quartiere. Dipingere cancellate, curare il verde, decorare le scuole. Persone che spendono il loro tempo per altre persone più svantaggiate ma anche un soggetto di mercato che si fa carico dei bisogni sociali. Non è poco se ci pensate bene, anche perché siamo solo all’inizio. Un passo successivo sarà l’adozione della scuola del quartiere per i programmi di alternanza scuola/lavoro e poi la creazione di una vera banca del tempo, una piattaforma tesa a facilitare e promuovere le attività di solidarietà dei dipendenti. «L’azienda non può più disinteressarsi del territorio. Se Valletta una volta la società la forgiava, ci sono stati lunghi anni in cui l’impresa si è occupata solo di sé e dei rapporti di fabbrica. Questa è una terza fase – spiega Manghi —, Fca capisce che ha bisogno di costruire una relazione meditata con il mondo circostante e lo fa».
Risanare non bastaTutta questa effervescenza di iniziative, il protagonismo dei piccoli corpi intermedi di quartiere, il nuovo «scambio» con la grande azienda, anche se li sommiamo presentano però due limiti strutturali. Il primo riguarda il ricambio generazionale: i figli degli operai meridionali se ne sono andati via e il quartiere ha subito un piccolo shock demografico, gli è venuta a mancare la linfa vitale. Hanno mollato non per una sorta di ripudio, ma sono usciti alla ricerca di una propria identità distinta rispetto al passato, sono fuggiti in cerca di mobilità territoriale e sociale. I lavori che fanno sono normali, qualcuno l’assicuratore, qualcuno l’infermiere, molto terziario, qualcuno si è laureato e del resto i genitori si facevano un vanto di essere riusciti a mandare i loro ragazzi al liceo classico. Ma andandosene i giovani hanno generato una ferita nel quartiere, hanno svuotato le case, hanno lasciato le scuole senza iscritti. Hanno causato una solitudine difficile da scansare. Del resto la Torino che racconta Manghi è una realtà a macchia di leopardo. La vecchia Barriera di Milano, a nord della città, vive – a suo dire – i momenti più difficili, i dinosauri ovvero le grandi fabbriche senza operai sono una presenza incombente, «la cintura della ruggine» che chiude il quartiere e lo imprigiona nel suo passato e proprio qui si è anche indirizzata l’emigrazione più difficile. Al contrario i dintorni della città, i paesi che per anni sono stati descritti come dei meri dormitori ovvero Settimo, Nichelino, Collegno oggi «hanno una marcia in più, e il motivo è semplice: perché sono arrivati i giovani».
Il secondo limite dell’operazione Mirafiori Sud sta nell’impossibilità di generare lavoro aggiuntivo e di qualità, di attrarre eccellenze. È questo il nuovo passaggio che resta da fare per tentare di andare oltre la ricucitura, per attirare i giovani e persino riprodurre mobilità sociale. «Un quartiere non è solo un piccolo sistema di vita dignitosa, deve essere anche un posto nel quale ti va di andare. Ti deve attrarre anche solo per una cosa che non trovi altrove, magari anche un’ottima scuola di formazione. E torniamo al punto: senza i giovani è difficile» chiosa Manghi. Difficile dargli torto, lasciando il quartiere resta però la sensazione che almeno nel metodo a Mirafiori Sud abbiano fatto centro: per ricucire una società nel profondo servono soprattutto tanti sarti, piccoli e grandi. Il disagio non si sconfigge per decreto.