Corriere della Sera, 5 marzo 2017
+7% La spesa militare cinese cresce (di poco). Segnale di distensione a Washington?
PECHINO Nessuna corsa alle armi con gli Stati Uniti, sostengono a Pechino. La spesa militare della Cina nel 2017 aumenterà «del 7 per cento circa», la crescita più contenuta dal 2010 (l’anno scorso era stata +7,6%). Di fronte al 10% voluto da Donald Trump sembra una scelta conciliante da parte del Partito comunista, dopo che nei giorni scorsi la stampa di qui (sempre comunista) aveva invocato un +10% per fare pari con il Pentagono e l’altro giorno un generale dell’Esercito popolare di liberazione aveva affermato che servirebbe almeno un +12% «per rispondere alla sfida Usa». È possibile che queste voci bellicose siano state usate proprio per mostrare invece la moderazione della saggia dirigenza di Pechino.
La previsione di spesa militare è stata comunicata da una signora, Fu Ying, portavoce del Congresso nazionale del Popolo che inaugura oggi la sua sessione annuale. Fu è una diplomatica elegante, in passato ambasciatrice a Londra. «La Cina affronterà ogni sfida con calma», ha detto, osservando che «molti politici americani non conoscono bene il nostro Paese».
Nel 2016 la Cina aveva messo a bilancio 954,35 miliardi di yuan per la spesa militare (138,4 miliardi di dollari). Il +7% di quest’anno la porta a 147,9 miliardi di dollari, la spesa più alta dopo quella degli Stati Uniti, superiore alla somma dei rivali regionali Giappone e Corea del Sud. D’altra parte quella cinese è la seconda economia del mondo.
Il +7% «circa» del 2017 porta il budget delle forze armate oltre la soglia simbolica dei 1.000 miliardi di yuan (147,9 miliardi di dollari). Ma 9 miliardi di dollari in più sul 2016 sono una frazione dei 54 miliardi chiesti da Donald Trump davanti al Congresso di Washington. E il Pentagono ha a disposizione 603 miliardi di dollari, il quadruplo dell’Esercito cinese.
L’esperta signora Fu ha sottolineato che il bilancio militare di Pechino vale l’1,3% del Pil, rispetto al 3,3% Usa e anche al di sotto di quel 2% che Trump reclama per gli alleati della Nato. Sulla carta la Cina frena la corsa alle armi, anche se alcuni analisti Usa calcolano che i dati ufficiali siano la metà di quelli reali. Pechino sostiene di essere spinta da puri interessi di difesa e sicurezza nazionale. Le fonti cinesi dicono che è il potere economico e commerciale del Paese a rendere necessaria una capacità di proiettare la forza anche in zone lontane dai confini: gli investimenti dello Stato all’estero hanno raggiunto i 221 miliardi di dollari nel 2016 e vanno difesi, è il ragionamento. Per questo i cinesi hanno chiesto e ottenuto da Gibuti di installare una base navale (proprio accanto a quella della US Navy). Poi ci sono le minacce del terrorismo: l’Isis ha appena lanciato un video sul web nel quale combattenti uiguri dello Xinjiang promettono «fiumi di sangue». E c’è il breve tratto di frontiera tra l’instabile Xinjiang e l’Afghanistan che preoccupa per il pericolo di contagio: forze paramilitari cinesi hanno appena cominciato pattugliamenti nell’area.
Ma c’è anche il tema della «sovranità nazionale» da difendere. E qui la faccenda si complica. Pechino infatti rivendica oltre l’80% del Mar cinese meridionale e vi ha costruito una serie di avamposti fortificati su isole artificiali.
L’Esercito popolare di liberazione conta 2,3 milioni di uomini e donne e un terzo della spesa serve a pagare i loro stipendi. Per decenni le forze armate cinesi sono state un immenso accantonamento di fanteria studiato come braccio del Partito: «Il potere passa per la canna del fucile», diceva Mao. Xi Jinping vuole un dispositivo più tecnologico, con bombardieri strategici, portaerei (ne avrà presto tre), una flotta d’alto mare dotata di missili: ha annunciato il prepensionamento di 300 mila soldati e ufficiali che non saranno rimpiazzati.
Ieri molti ufficiali delegati al Congresso sono andati via senza dire una parola dal Palazzo sulla Tienanmen. E nelle scorse settimane qualche migliaio di veterani ha manifestato a Pechino sotto il ministero della Difesa chiedendo pensioni dignitose. I rapporti con chi ha (o aveva il fucile) non sono facili nemmeno in Cina, come sapeva bene Mao.