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 2017  marzo 05 Domenica calendario

Libia, l’altra guerra del petrolio

Il ministro degli Esteri Sergeij Lavrov lo chiama familiarmente «il nuovo Gheddafi», dal giorno della sua teatrale passerella a bordo della portaerei russa Ammiraglio Kuznetsov al largo della Cirenaica dove ha firmato a nome del governo di Tobruk non ben definiti accordi di ospitalità e assistenza per il naviglio russo di passaggio e dopo un paio di visite ufficiali a Mosca, dove ha incontrato il ministro della Difesa Sergeij Shoigu e il segretario del Consiglio di Sicurezza Nikolaij Patrushev. Ma quella di Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica, è solo un’incoronazione a metà.
Da qualche giorno il “Petit Napoléon” libico è in seria crisi d’immagine, da quando le Brigate per la difesa di Bengasi (una milizia islamista sostenuta dal gran muftì di Tripoli Sheikh Sadeq al-Ghariani) a prezzo di aspri scontri con molte vittime hanno attaccato e preso il controllo del porto di Ras Lanuf e del terminal petrolifero di Sidra, cuore della “dote” che Haftar aveva offerto come biglietto d’ingresso al tavolo dei signori della guerra consegnandolo spontaneamente all’ente petrolifero libico. Non a caso ora Mosca sembra più occupata a corteggiare Fayez al-Sarraj, il premier libico il cui governo è riconosciuto dalla comunità internazionale e che tuttavia – al pari di Haftar – non riesce a estendere la sovranità di Tripoli al di là di Misurata e rimane ostaggio di bande e consorterie tribali che ne minano da sempre la legittimità.
E se per entrambi la presa sul territorio appare quanto mai fragile, il gioco di Mosca non può certo definirsi un mistero: «Dobbiamo lavorare strettamente con tutte le parti libiche per trovare soluzioni reciprocamente accettabili che devono garantire uno sviluppo sostenibile della Libia come uno Stato unico, sovrano e indipendente», recita in perfetto slang diplomatico Lavrov. Dietro le parole di circostanza, il trasparente progetto di assicurarsi approdi, risorse e contratti in Libia, a partire dalle materie prime, di cui l’ex quarta sponda italiana è ricchissima. Forte della disastrosa politica mediorientale messa in atto da Barack Obama (egli stesso ammise di aver commesso un errore letale con l’intervento che abbatté il regime di Muhammar Gheddafi senza aver messo a punto il benché minimo Piano-B per gestire il day after della Jamahiriya), Putin si muove con passo felpato ma sicuro nello «scatolone di sabbia» – la sprezzante definizione si deve a Gaetano Salvemini all’alba dell’impresa coloniale italiana nel 1911 – per battere sul tempo la concorrenza occidentale.
Perché alla fine, di gas e petrolio si tratta, non altro. Appetiti che mai accennano a estinguersi e che seguono – e molto spesso precedono e accompagnano – ogni regime change. Il piatto libico, come si sa, è ghiottissimo. Le sue riserve di idrocarburi sono le più vaste dell’Africa e si piazzano fra le prime dieci del mondo: con i suoi 63 miliardi di barili di greggio e i 15 miliardi gas naturale la Libia potrebbe restare sul mercato per oltre cento anni. Un tesoro immenso, che fa gola a tutti. All’Eni, per cominciare, che è presente sul suolo libico dal 1959 e che già all’inizio degli anni Settanta era diventata la più importante società petrolifera straniera del Paese fino ad assicurarsi nel 2011 i due terzi delle concezioni petrolifere; ai francesi, che hanno liquidato Gheddafi per mettere le mani su contratti e giacimenti migliori di quelli di cui disponevano (e verosimilmente anche per tappare la bocca sugli imbarazzanti finanziamenti che il Rais riservava ai politici francesi); agli americani, che negli anni Sessanta avevano strappato con Exxon e Mobil importanti contratti, poi rescissi con l’avvento della rivoluzione dei colonnelli guidata da Gheddafi e Jalloud.
Giova ricordare come il neosegretario di Stato americano Rex Tillerson abbia ricoperto per dieci anni la carica di Chief executive officer proprio del colosso Exxon-Mobil; ma soprattutto è la Russia a non celare i propri appetiti. Giusto prima che deflagrasse la rivoluzione del 2011 Mosca vantava un ricco pacchetto di commesse con Gheddafi: Gazprom aveva firmato contratti di esplorazione e produzione di idrocarburi e sommando l’intesa per costruire la linea ferroviaria Bengasi-Sirte e il tratto Tripoli-Tobruk si arriva a 10 miliardi di dollari al momento congelati. Ma su chi puntare fra al-Sarraj, Haftar e il terzo incomodo Khalifa Ghwell, leader del sedicente Governo di salvezza nazionale libico che non riconosce entrambi? La stessa domanda se la fanno tutti, a Washington a Parigi, a Mosca. E il grande gioco con in palio la ricca rendita petrolifera continua.