La Gazzetta dello Sport, 4 marzo 2017
L’ultimo dribbling di Kopa, prima «stella» di Francia
Il destino gli aveva preparato un’esistenza in fondo a un tunnel, sotto terra, giù in miniera, in mezzo a fumi tossici e miseria. Lui lo dribblò con una finta secca, lo lasciò sul posto e se ne andò a testa alta incontro alla gloria. È stata, senza dubbio, l’azione più spettacolare della sua carriera, costruita con coraggio e fantasia: mica tutti riescono a cambiare il corso delle cose, per farlo bisogna avere un’anima rivoluzionaria. Come quella di Raymond Kopa che ieri, a 85 anni, ha lasciato per sempre il campo.
BAMBINO Minatore lo doveva diventare perché altre prospettive non c’erano: suo nonno era arrivato dalla Polonia per scendere in miniera, suo padre pure. Che cosa avrebbe potuto fare un ragazzino di quattordici anni, lassù nel nord della Francia, a Noeux-les-Mines, nel primo Dopoguerra? Il piccolo Raymond, che di cognome all’anagrafe era Kopaszewski e a scuola ci andava malvolentieri, ci provò, ma dopo un brutto incidente nel quale perse due dita della mano sinistra, decise che quella vita non sarebbe stata la sua. Giocava già a calcio, con i suoi amici aveva fondato una piccola squadra che vinceva tornei su tornei, e gli osservatori della zona lo tenevano d’occhio. Lo convinsero a partecipare a una selezione nazionale di giovani calciatori, si classificò secondo e da allora in poi, nella sua esistenza, ci fu soltanto il pallone, mai più la prospettiva di scendere nel buio di una miniera. Al massimo, visto che i primi stipendi da calciatore non erano granché, Raymond si disse disponibile a fare l’elettricista.
FILASTROCCA Nella Francia dei primi anni Cinquanta il giovane Kopaszewski, che nel frattempo era diventato Kopa, faceva impazzire i difensori avversari con colpi da mago. Ala destra, centravanti, fantasista: là davanti sapeva fare tutto. Con la maglia dello Stade Reims vinse due campionati e una Coppa Latina, e il 13 giugno 1956 entrò al Parco dei Principi di Parigi per disputare la finale di Coppa dei Campioni contro l’immenso Real Madrid di don Alfredo Di Stefano. Perse 4-3, ma il risultato non lo turbò: qualche mese dopo Kopa vestiva proprio la maglia del Real Madrid. Con i Blancos vinse tre Coppe dei Campioni e la linea d’attacco di quella squadra era talmente forte da diventare una filastrocca: Kopa-Di Stefano-Gento. Quando li affrontavano, gli avversari si mettevano le mani nei capelli.
GLORIA Il 1958 fu l’anno d’oro per Kopa. Conquistò la Coppa dei Campioni battendo in finale il Milan e guidò la spedizione della Francia al Mondiale di Svezia. Lui e Just Fontaine, l’amico centravanti, trascinarono i Bleus fino in semifinale. Lì si trovarono la strada sbarrata da un ragazzino che veniva dal Brasile e si chiamava Pelè: una tripletta di O Rei spedì la Francia alla «finalina» nella quale si sbarazzò facilmente della Germania Ovest. Un terzo posto al Mondiale, tuttavia, era un successo da esibire con orgoglio. E per Kopa era anche una rivincita contro il pregiudizio. Non aveva ancora dimenticato quel tifoso che, dopo una sconfitta al Mondiale del 1954, lo insultò e gli gridò: «Torna in miniera, polacco!». In miniera non ci tornò, perché nel frattempo aveva saputo far fruttare il talento e aveva cominciato a commercializzare il suo cognome. Nel 1958 vinse il Pallone d’Oro (primo francese della storia, in seguito ci riuscirono Platini, Papin e Zidane) e si preparò all’ultima stagione con il Real Madrid: portò a casa un’altra Coppa dei Campioni, battendo in finale lo Stade Reims, la squadra dei suoi inizi nella quale sarebbe tornato e con la quale avrebbe conquistato altri due campionati.
SINDACALISTA Ma Kopa, in Francia, passò alla storia anche per una lunga battaglia da sindacalista. Riuscì a far introdurre il contratto a tempo determinato per i calciatori. Prima di quell’accordo gli atleti, parole dello stesso Kopa, «erano schiavi delle società che li gestivano e li vendevano come e quando volevano». Nei giocatori trattati come al mercato del bestiame lui rivedeva le facce dei lavoratori che, la mattina, scendevano nelle miniere di tutto il mondo, la faccia di suo nonno e quella di suo padre. Ed è anche per loro che, ormai famoso e a fine carriera, decise di regalare al pubblico quell’ultimo dribbling.