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 2017  marzo 05 Domenica calendario

Zucchero, blues & gol: «Porto Baggio e Jascin in giro per il mondo»

La carta geografica appoggiata sul mobile in legno chiaro è densa di puntine rosse, ma se ne aggiungeranno tante altre dopo il tour mondiale che scatterà il 15 marzo a San Diego e si concluderà a fine anno. Zucchero questa volta si supera: il suo Black Cat World Tour 2017 toccherà più di 80 Paesi con oltre 130 concerti, dagli Stati Uniti all’Australia, dalla Nuova Zelanda al Giappone, dal Nord Africa all’Europa e tornerà a Verona. È il record assoluto per un artista italiano. Prima della partenza, Zucchero, jeans e pantaloni neri, si racconta dalla sua tenuta Lunisiana soul, un luogo magico, vero, immerso nel verde, sintesi perfetta tra la Lunigiana, dove vive con Francesca, e le atmosfere soul della Louisiana che tanto ama. Un mix unico da cui nascono le sue canzoni, tra melodia mediterranea e blues. 
Un tour che sembra un Mondiale, come si sente prima di fare le valigie?
«Fino a qualche anno fa cominciavo a preoccuparmi due mesi prima, avevo l’ansia. Mi chiedevo “come reagirà il pubblico, per esempio a New Orleans, dove al novanta per cento sono neri?”. Cantare là è come vendere frigoriferi ai pinguini, mi prendeva il panico. Adesso non ci penso anche perché ho una band favolosa, musicisti eccellenti ed ottime persone. C’è chimica, c’è divertimento».
Lo stadio che l’ha emozionata di più?
«Wembley. Brian May mi telefonò per invitarmi al tributo a Freddie Mercury, nel ’92. Non ci potevo credere. Wembley era gremito, io tesissimo. Nel camerino accanto a me c’erano David Bowie, George Michael e Annie Lennox che fumavano tranquilli, a me invece sembrava di andare al patibolo. “Non ce la farò mai”, pensavo, mentre stavo per essere annunciato. Salgo sul palcoscenico, toccava a me cominciare con la chitarra acustica e soltanto dopo sarebbero partiti i Queen, ma il tecnico si dimenticò di portarmi lo strumento e mi sentii sprofondare. Mi salvò Brian May che strizzandomi l’occhiolino attaccò con la sua chitarra». 
Lei e il calcio?
«Sono cresciuto a Roncocesi, da bambino andavo in chiesa come chierichetto e a suonare l’organo e giocavo a calcio nella squadra Risorgimento. Ero magrissimo, mi mettevano sempre in porta, chissà perché, forse non ero tanto bravo con i piedi, eh?». Sale in camera a cercare la foto che lo ritrae portiere in erba, sul mobiletto ce n’è un’altra incorniciata, la sfila e ce la regala. 
Che portiere era?
«Plateale, mi piaceva tuffarmi, sorprendere, non avevo paura di niente. Il mio idolo era Jascin, l’unico ad aver vinto il Pallone d’oro, mi piacevano anche Pizzaballa e Ghezzi. E Boranga quando era nella Reggiana – ride – perché aveva la fama del latin lover. Io ho giocato in una squadra giovanile affiliata alla Reggiana finché i miei occhi si appoggiarono su una chitarra appesa in un negozio. Non era di marca, costava poco, la puntai e alla fine convinsi mio padre a comprarmela. Mollai il pallone, sposai la musica».
La sua squadra?
«Tifavo per il Milan, adesso lo seguo con mio figlio Blu, 19 anni, sa tutto. Accanto a lui ho apprezzato Donnarumma, un talento puro, e tra i miei amici c’è Buffon, ci vediamo d’estate a Marina di Carrara anche per eventi benefici. I cinesi e il closing che non si chiude? Io preferirei che le nostre squadre rimanessero agli italiani, nel nostro Paese stiamo snaturando delle cose mitiche».
Con Baggio l’amicizia è storica.
«È una persona generosa, semplice, straordinaria. Quando era in Argentina mi diceva che si allenava con la canzone “Così Celeste”, poi io gli dedicai “Baila”».
Un aneddoto?
«Nelle partite benefiche, spesso organizzate a Pontremoli o a Forte dei Marmi, lui non voleva mai segnare. Portava palla, io correvo e Robi me la serviva lì, davanti al portiere, mi gridava “vai tigre!” e io puntualmente la sbagliavo! Lui tornava indietro, rideva e non faceva una piega».
Siete andati a caccia insieme...
«Una volta ci invitò a cena a casa sua e cucinò polenta e osei. Un gran cenone, aveva lavorato tutto il giorno. La mattina dopo mi chiama alle 4 e si presenta con un furgone pieno di richiami per uccelli; ci nascondemmo in un capanno, nel cuore della campagna veneta, con tutti quei suoni che avrebbero dovuto attirare i pennuti: non ne prendemmo nemmeno uno!».
E l’amicizia con Bono com’era nata?
«Dai tempi di Miserere siamo ancora molto vicini, anche lui è una persona genuina, quelle che piacciono a me. Conservo un fax in cui mi ha scritto “sono affascinato dalla tua voce che sembra una sezione di fiati”, una frase che non dimenticherò mai».
Miserere e il duetto con Pavarotti, un crocevia della vita…
«Quando l’ho composto ero nel pieno del successo, dopo “Oro, incenso e birra”, ma dilaniato dalla depressione per la fine del rapporto con mia moglie. Mi ritirai in una casetta di legno sul mare con un cagnolino, le tastiere e una bicicletta. Di notte ascoltavo le romanze di Puccini e Mascagni, leggevo Bukowski, così è nato Miserere, per l’urgenza di scrivere, per me». 
Canta «C’è una chiesa che ti perdona»: come vive la fede?
«Ho un mio misticismo, rispetto i parroci di campagna, meno quelli coinvolti nelle politiche. Una volta, portando le mie bambine al fiume, notai una chiesetta chiusa con un lucchetto. Ci passavo davanti con la Harley Davidson ed era sempre serrata, così, senza pensare, presi la chiave del lucchetto della Harley e provai ad entrare in chiesa. Ma ti rendi conto? La serratura si aprì, lo giuro, per me fu un segnale».
Un sogno?
«La cosa più difficile non è tanto arrivare e mantenere il successo, ma giustificare perché sei ancora qui. Ho suonato in tanti luoghi e con molti artisti internazionali… ecco, il sogno è un concerto alla Hall of fame con Springsteen, Keith Richards e Bob Dylan. Un sogno, appunto».