il Fatto Quotidiano, 4 marzo 2017
Non si celebrino più i processi prescritti
A Torino si è dichiarata la prescrizione di uno stupro commesso ai danni di una bambina di 7 anni. Il fatto era avvenuto 20 anni fa, la sentenza di Appello è stata emessa il 20 febbraio. Giornali e tv si sono scandalizzati: ancora una volta la prescrizione! Anche il ministro è rimasto colpito: manderà gli ispettori. È evidente che, in questo caso, la prescrizione non c’entra niente: 20 anni sono sufficienti per celebrare qualsiasi processo in tutti i suoi gradi, Tribunale, Appello e Cassazione. Dunque la causa di quanto avvenuto va cercata altrove.
Colpa dei giudici? Potrebbe essere se i processi prescritti fossero 10, 100, 1000; e se ciò avvenisse in uno o pochi distretti. Ma la prescrizione colpisce in tutta Italia e i processi ammazzati sono decine di migliaia. Possibile che tutti i giudici italiani, in ogni grado di giudizio (la prescrizione viene dichiarata indifferentemente in Appello e Cassazione e spesso anche in Tribunale e, qualche volta, perfino nella fase delle indagini del pm) siano pigri e incapaci? Ovviamente no. Ed è per questo che la consueta sparata del ministro Orlando – mando gli ispettori – è appunto una sparata: dovrebbe mandarli in tutta Italia, in tutti gli uffici giudiziari, tutti i giorni.
Sia chiaro, la prescrizione come applicata in Italia (il decorso dei termini continua anche durante il processo) è irrazionale e criminogena. Irrazionale perché, in un sistema ad azione penale obbligatoria (significa che per ogni reato, minimo che sia, bisogna celebrare un processo) i tempi per arrivare a sentenza sono lunghissimi. Basti pensare che in Inghilterra ogni anno si aprono 300.000 nuovi processi; in Italia 3.000.000; e il numero di giudici e cittadini è equivalente. Per avere gli stessi tempi di definizione bisognerebbe aumentare giudici, personale e strutture fino a un livello economicamente insostenibile. E criminogena perché, soprattutto per un certo tipo di reati (penale dell’economia: frode fiscale, falso in bilancio, corruzione) la fine del processo per prescrizione è certa; e dunque è certa l’impunità. Ma, ciò detto, un processo non può durare dieci anni (tale è la durata media del processo penale italiano): per l’innocente è una pena ingiusta; per il colpevole un privilegio inaccettabile. Sicché vanno riformati entrambi: la prescrizione in particolare e il processo penale in generale. Riforma impossibile in Italia: remano contro nei fatti (a parole sono tutti favorevoli) una classe dirigente che è terrorizzata da una Giustizia efficiente poiché sa bene che ne sarebbe la prima vittima; e una folla di avvocati (circa 250.000) che una riduzione del numero dei processi e della loro durata lascerebbe in gran parte disoccupati. Affermazione che non necessita di dimostrazione vista l’incontrovertibile morte (non più nemmeno coma) del sistema giudiziario italiano cui le Istituzioni hanno assistito da anni senza muovere un dito.
Restano gli addetti ai lavori, che possono fare molto. La prescrizione non è solo causa di morte per i processi in cui è già maturata; infetta gravemente quelli che potrebbero ancora essere utilmente celebrati. Per dichiararla occorre comunque avviare il processo. Significa fissarlo, impegnare un collegio di giudici, notificare luogo e data di udienza a tutte le parti, controllarne la costituzione regolare e – finalmente – dire: abbiamo scherzato, tutto prescritto. Ore di lavoro. Che avrebbero potuto essere utilizzate per fare un altro processo, non ancora colpito dalla prescrizione; e che invece si prescriverà anche lui, quando verrà il suo turno. Ma questa stessa logica va applicata anche nei gradi di giudizio precedenti. Se è noto che il tempo tra sentenza di Tribunale e prima udienza di Appello è di 4/5 anni, che senso ha celebrare in Tribunale un processo che si prescriverà comunque tra 2/3 anni? E, nella fase delle indagini del pm, perché iniziarle o continuarle quando si sa che comunque non si arriverà nemmeno alla sentenza d’Appello, figuriamoci in Cassazione? Quindi i processi prescritti o che certamente si prescriveranno nel corso dei successivi gradi di giudizio vanno accantonati: muoiano subito, senza rubare spazio a quelli che possono vivere.
Certo, bisogna superare la logica del gioco del fiammifero acceso: quella per cui – oggi – si celebrano freneticamente i processi un giorno prima che si prescrivano, per poter dire virtuosamente “avanti a me non si è prescritto”. Che – in un ambiente dominato da correnti, clientelismo, carrierismo – non è cosa facile. Ma, se si aspetta che la riforma del sistema arrivi da quelli che dalla sua dissoluzione hanno solo da guadagnare, tanto vale lasciare la magistratura e occuparsi di qualcos’altro.