Il Sole 24 Ore, 4 marzo 2017
Il ritorno in campo di Blair punta tutto sui «trasversali»
Pressoché nessuno poteva immaginarsi un ritorno sulla scena di Tony Blair, a tanti anni di distanza da quando aveva abbandonato la ribalta, ma soprattutto dopo che non gli erano mai stati perdonati due clamorosi errori di fatto e valutazione, che avevano concorso a determinare gravi conseguenze sia sul piano politico che economico.
Il primo dei quali è consistito nella partecipazione della Gran Bretagna alla spedizione militare indetta nel 2003 dagli Stati Uniti di George W. Bush contro l’Iraq di Saddam Hussein, in quanto Baghdad era ritenuta una delle principali matrici del terrorismo di marca islamista, oltre che una fucina di armi chimiche distruttive di massa. E che si sarebbe rivelata successivamente una delle cause della forte instabilità politica del nuovo regime irakeno e quindi della sua fragilità di fronte all’offensiva dell’Isis..
Altrettanto eclatante era stato l’altro errore commesso da Blair, in quanto egli non aveva considerato quale mina esplosiva fossero le scorribande speculative dell’alta finanza in corso a Wall Street come pure alla City, all’origine della micidiale crisi economica scoppiata infine nel 2008.
È vero che l’ex leader laburista aveva avuto il merito di aver impresso frattanto nuovi connotati al suo partito facendone l’alfiere di un indirizzo riformista moderno, assurto a modello di altri partiti socialisti tra gli anni Novanta e l’inizio del Duemila. Fu questo il periodo in cui l’orientamento politico progressista di Bill Clinton venne tradotto da Blair e dal suo braccio destro, il sociologo Antony Giddens, anche in un paradigma culturale.
Vale perciò la pena di ricordare come il protagonista del New Labour Party sostenesse che la sinistra doveva pensare e agire non più in funzione di grandi programmi di trasformazione imperniati sul “volontarismo” dello Stato, bensì in base a prospettive di avanzamento sociale concrete e praticabili; non più in termini di classe, di soggetti collettivi, ma di individui, ponendo perciò l’accento sui valori dell’autonomia responsabile e dell’autorealizzazione, sulla capacità di ognuno di progettare il proprio itinerario e la propria collocazione nella società. Di conseguenza Blair attribuiva grande importanza alle motivazioni e all’iniziativa personale, in quanto requisiti essenziali non solo perché ognuno conservasse la stima di sé, ma per l’adempimento dei suoi doveri di cittadino verso la comunità. Peraltro, anche le istituzioni pubbliche avrebbero dovuto fare la loro brava parte, assecondando la propensione al cambiamento e aiutando gli individui a divenire artefici del proprio destino.
Era evidente, peraltro, in questo genere di discorso, che sollecitava un atteggiamento più versatile e reattivo da parte dei singoli, l’influenza tanto dei principî classici della tradizione liberale sul valore dell’autonomia individuale che quelli solidaristici del cristianesimo sociale inglese.
Ma il tratto distintivo preminente della “Terza via”, più che nelle sue matrici ideologiche, stava nella forte dose di pragmatismo che la caratterizzava, in quanto essa comportava un equilibrio cooperativo fra Stato e mercato: ossia un dosaggio ben congegnato fra il “volontarismo del potere pubblico” e il “rispetto delle realtà economiche della competizione”, e una politica che conciliasse gli interessi dei ceti medi con quelli delle classe popolari.
Ma c’è ora da chiedersi cosa Blair, avendo deciso di tornare nell’arena politica, potrebbe ancora dire e fare, e come potrebbe riaccreditarsi. Il suo obiettivo preminente, a quanto è dato capire, non è già di riproporre i suoi precedenti postulati politico-ideologici, anche se la sinistra europea ha bisogno oggi di scongiurare tanto il pericolo di una perdita della propria identità che un’ulteriore avanzata dei movimenti populisti; bensì quello di rendere meno traumatico e più morbido l’itinerario della Gran Bretagna dopo il suo divorzio dalla Ue, nonché di evitare che la Brexit interrompa del tutto le interrelazioni stabilitesi fra le due sponde della Manica.
Al conseguimento di quest’obiettivo Blair potrebbe contribuire soprattutto facendo leva su quelle componenti del partito laburista renitenti al revival vetero-massimalista e tradizionalista di Geremy Corbin, spostatosi ultimamente anche su posizioni anti-europeiste. Inoltre egli s’è augurato che, sulla scia degli orientamenti di una parte dell’opinione pubblica inglese che non ha condiviso la decisione dell’elettorato dei “tories” di uscire dalla Ue, si possa creare un movimento trasversale che, a sue detta, sappia “ideare nuove forme di comunicazione” tali da favorire, se non un ripensamento, una ripresa di stretti e migliori rapporti di Londra con la Comunità europea.