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 2017  marzo 04 Sabato calendario

APPUNTI PER GAZZETTA - ULTIME SU TRUMPREPUBBLICA.ITNEW YORK - L’amministrazione Trump sta valutando una proposta che prevede di separare donne e bambini che insieme attraversano illegalmente il confine sud degli Stati Uniti

APPUNTI PER GAZZETTA - ULTIME SU TRUMP

REPUBBLICA.IT
NEW YORK - L’amministrazione Trump sta valutando una proposta che prevede di separare donne e bambini che insieme attraversano illegalmente il confine sud degli Stati Uniti. Il provvedimento è al vaglio del Dipartimento alla sicurezza nazionale e ha come obiettivo quello di scoraggiare l’immigrazione irregolare e l’arrivo di madri con i propri figli. Lo riporta la Abc citando fonti della Homeland Security.

La decisione, se presa, sarebbe la fine di quella pratica del ’catch and releasè (arresta e rilascia) che più volte Trump ha denunciato. Secondo quanto riporta la Reuters, la svolta permetterebbe al governo di tenere dietro le sbarre i genitori che entrano illegalmente negli Usa fino a che non sapranno se verranno rimpatriati o se potranno essere ascoltati per la richiesta di asilo. I figli verrebbero anch’essi trattenuti e affidati ai servizi sociali del ministero della sanità in attesa di essere presi in custodia da un parente che vive negli Stati Uniti o di un tutore statale. Attualmente le famiglie di immigrati irregolari in attesa di conoscere il loro destino vengono rilasciate in tempi brevi e viene permesso loro di rimanere unite sul suolo statunitense fino a che il loro caso non viene risolto.

Insorgono ovviamente le associazioni a tutela dei diritti civili, sostenendo che la proposta non supererà il vaglio dell’esame di costituzionalita’, esattamente come altri ordini esecutivi firmati dal presidente americano, Donald Trump. "Separare le madri che cercano asilo politico dai loro figli viola i loro diritti (garantiti) dal Quinto Emendamento della Costituzione", ha detto Christina Fialho, direttore esecutivo delle Community Initiatives for Visiting Immigrants in Confinement, a BuzzFeed News. La risposta del dipartimento per la Sicurezza Nazionale, affidata a un comunicato, sottolinea l’idea di "scoraggiare" gli immigrati senza documenti ad entrare in Usa: "Il viaggio verso Nord presenta troppe situazioni pericolose per i bambini - portati da genitori, parenti o trafficanti- che sono spesso sfruttati, abusati e possono anche morire". "Con la sicurezza in testa, il dipartimento per la Sicurezza Interna esplora continuamente le opzioni che possono scoraggiare costoro da anche solo a intraprendere il viaggio". Ma i gruppi a tutela dei migranti ribattono che le politiche migratorie del passato hanno dimostrato che l’arresto non dissuade gli immigrati dal mettersi in viaggio. "Il governo non è stato in grado di mostrare l’evidenza empirica che l’arresto ferma le migrazioni", continua Fialho. "Anche se il governo potesse,, separare i bambini dai loro genitori è pericoloso e incostituzionale".

La presidenza Usa ha  comunque in programma l’assunzione di ulteriori 15 mila agenti per rafforzare la lotta all’immigrazione irregolare. Lo riporta la Cnn, citando fonti del dipartimento della Sicurezza nazionale. In particolare, la Casa Bianca vuole assumere 10 mila nuovi agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice), l’agenzia federale a cui nelle ultime settimane è stata ordinata un’escalation nei raid contro i migranti irregolari, e altri 5 mila agenti del Customs and Border Protection, l’agenzia addetta al controllo degli ingressi negli Usa. L’ultima massiccia ondata di assunzioni nelle due agenzie risale all’amministrazione di George W. Bush, che assunse 7 mila agenti tra il 2006 e il 2009.

Intanto un rapporto interno della Homeland Security mette fortemente in discussione l’efficacia del "muslim ban" fortemente voluto da Trump nei confronti di paesi islamici, per quanto riguarda la prevenzione di atti di terrorismo. La maggior parte dei terroristi nati all’estero che operano negli Stati Uniti si sono radicalizzati molti anni dopo il loro ingresso nel Paese: è quanto emerge da un recente rapporto interno del dipartimento per la Sicurezza nazionale, di cui Abc News è venuto in possesso. Il testo si basa sul lavoro investigativo dell’intelligence Usa. Lavoro i cui risultati mostrerebbero come il bando sull’ingresso da sette paesi a maggioranza musulmana in realtà non metterebbe al riparo dai rischi. Visto che i potenziali terroristi sarebbero difficilmente individuabili anche attraverso i severissimi controlli previsti dal decreto.

E una nuova scure si starebbe per abbattere anche contro i finanziamenti per combattere i cambiamenti climatici. L’amministrazione Trump starebbe per usare la forbice sulla National Oceanic and Atmospheric Administration (Nooa), la principale agenzia federale che si occupa di cambiamenti climatici. Secondo quanto riporta il Washington Post, il bilancio verrebbe decurtato del 17% delle risorse eliminando fondi per la ricerca e programmi satellitari. Ad essere colpiti anche programmi più piccoli ma fondamentali per studiare e combattere gli effetti dei cambiamenti climatici, come quelli per il controllo delle coste, degli estuari dei fiumi e delle riserve costiere, aree sempre più soggette a tempeste ed alluvioni legate all’innalzamento del livello dei mari.

VALENTINO SUL CORRIERE DELLA SERA

Era in prima fila, lo scorso aprile, quando l’allora candidato repubblicano Donald Trump pronunciò il suo primo discorso di politica estera davanti a una platea selezionatissima, invitation only , al Mayflower Hotel di Washington.

Era lui all’altro capo del telefono, nelle settimane precedenti l’insediamento del nuovo presidente, impegnato a discutere di sanzioni e lotta al terrorismo con Michael Flynn, già designato Consigliere per la Sicurezza nazionale, poi costretto alle dimissioni proprio per quelle telefonate.

Ed era sempre lui, durante la campagna elettorale, a incontrare Jeff Sessions, l’Attorney General ora nel mirino per aver negato ogni contatto precedente con funzionari russi nelle audizioni di conferma al Senato.

Nella saga delle speculazioni sui legami di Donald Trump e del suo entourage con la Russia, tutte le strade passano per Sergej Kislyak. È lui, ambasciatore del Cremlino negli Stati Uniti sin dal 2008, la figura che lega i numerosi fili di una vicenda densa di misteri.

È veramente, questo corpulento ultrasessantenne, l’aria bonaria e ambigua dell’apparatchik sovietico, «il diplomatico più pericoloso di Washington», come scriveva ieri Politico ? E quanto sono fondati i sospetti, formulati in un servizio della Cnn da anonimi ex funzionari dei servizi, secondo i quali Kislyak sarebbe non solo un diplomatico, ma anche uno spymaster, bravissimo nel reclutare informatori nella capitale americana?

L’accusa di attività spionistiche rivolta contro Kislyak viene liquidata a Mosca come «ridicola e infantile», il «prodotto del caos che regna a Washington e il tentativo di trovare nuovi nemici», nelle parole di Anton Tsvetov, del Centro di Ricerche Strategiche. Ma anche autorevoli esponenti americani la definiscono del tutto priva di fondamento, invitando a non confondere il suo attivismo diplomatico con attività di intelligence. Per tutti, l’ex ambasciatore di Obama a Mosca, Michael McFaul, pure fautore di una linea molto dura verso il Cremlino e il quale nonostante le divergenze è molto amico del diplomatico russo: «Il suo lavoro è di rappresentare il suo Paese e lo fa molto bene», ha detto McFaul.

Ingegnere di formazione, Kislyak è in carriera dal 1981. Ha servito nella missione sovietica all’Onu, si è occupato di cooperazione scientifica e disarmo, è stato ambasciatore della Russia alla Nato e vice-ministro degli Esteri, prima di approdare a Washington nove anni fa. Sotto di lui l’ambasciata su Winsconsin Avenue è diventata un polo di attrazione anche culturale: porta il suo marchio la diplomazia del jazz, musica che adora e che lo vede spesso ospite o co-sponsor di concerti con jazzisti americani e russi, ultimo in ordine tempo quello di Wynton Marsalis. «Gli stereotipi devono cambiare per primo nei cuori», ama dire.

Sia come sia, Sergeij Kislyak è alle soglie della pensione e Vladimir Putin ha già designato il suo successore: Anatoly Antonov, 62 anni, diplomatico di carriera, ex vice ministro della Difesa, aspetta solo l’approvazione della Duma per insediarsi a Washington. Molto competente in materia di disarmo, fedelissimo al Cremlino, per la sua durezza è soprannominato il «bull terrier» ed era stato scelto nell’autunno del 2016 in previsione di una vittoria di Hillary Clinton. La sua conferma è un segnale che, anche con l’arrivo di Trump, Mosca rimane in guardia e vuole avere a Washington un inviato di prima linea.

Nel gran ballo degli ambasciatori, cominciano intanto a circolare i primi nomi su chi Donald Trump intenda designare alla guida della diplomazia americana a Mosca. Ma i due candidati considerati favoriti sono già al centro di polemiche. Il primo è Carter Page, consigliere di Trump durante la campagna, businessman nel settore energetico, che in passato ha avuto rapporti d’affari con Gazprom, considerato uno degli «ufficiali di collegamento» tra Trump e Putin: anche Page ieri ha ammesso di aver incontrato Kislyak alla Convention repubblicana di Cleveland.

L’altro candidato per l’ambasciata di Mosca è una leggenda della diplomazia americana, il quasi settantenne Richard Burt. Numero due della Sicurezza nazionale e poi ambasciatore a Bonn nell’Amministrazione Reagan, capo negoziatore americano nelle trattative Start con Bush padre, oggi uno dei più importanti lobbysti di Washington, Burt ha scritto alcuni dei discorsi di politica estera di Trump. Anche lui però ha Gazprom fra i suoi clienti. Insomma, sarà anche un caso, ma da qualunque parte ci si volti, un’ombra russa sembra non abbandonare mai l’Amministrazione Trump.

FEDERICO RAMPINI SU REPUBBLICA

FEDERICO RAMPINI “CACCIA alle streghe”: per Donald Trump non c’è dubbio, l’opposizione democratica perseguita i suoi collaboratori, con sospetti infamanti e infondati di intesa col nemico (Vladimir Putin). Lui usa un’espressione gravida di significato storico, forse d’ironia involontaria. Nella caccia dell’era maccartista (dal nome del senatore Joseph McCarthy, anni Cinquanta) le streghe – vere o più spesso presunte – erano comunisti, radicali, o militanti dei diritti civili accusati di simpatie per l’Urss. Oggi sono esponenti della destra, talvolta dell’estrema destra, attratti dalla figura di Putin. «Così fan tutti», dice l’ambasciatore russo a Washington, Sergej Kislyak, per giustificare la trama di contatti frequenti e amichevoli che lui seppe tessere con l’ex capo del National Security Council generale Michael Flynn, con l’attuale segretario alla Giustizia Jeff Sessions, con il genero del presidente Jared Kushner, e con tanti altri collaboratori di Trump. «Così fan tutti», sembra concordare col suo collega russo anche l’ambasciatore tedesco a Washington, Peter Wittig, il quale ha spiegato che «le ambasciate più attive considerano come una parte della loro responsabilità lanciare tentativi di contatto verso gli aspiranti alla presidenza ». Una parte dei contatti tra il suo entourage e i russi avvennero infatti quando Trump era solo un candidato. Ma se davvero così facessero tutti, la Casa Bianca avrebbe potuto spegnere l’incendio da tempo, pubblicando l’elenco di tutti i diplomatici incontrati dall’allora candidato Trump e dai suoi collaboratori più stretti. Avessimo visto il nome dell’ambasciatore russo Kislyak in mezzo a decine di suoi colleghi europei, asiatici, africani, sudamericani, l’affaire forse si sarebbe sopita da sola. E’ possibile che solo il russo abbia veramente creduto alle chance di vittoria di Trump, mentre i suoi colleghi cinese o indiano, giapponese o francese, concentravano le attenzioni su Hillary Clinton? C’è qualche nesso col fatto che gli hacker russi nel frattempo saccheggiavano gli archivi informatici del partito democratico per danneggiare Hillary? C’è poi il passaggio successivo, quando a incontrare l’ambasciatore Kislyak sono gli uomini “della transizione”, dopo che Trump ha vinto e prima che s’insedi alla Casa Bianca. Flynn, Sessions, Kushner hanno vari incontri col diplomatico russo a dicembre. «E’ usuale, non improprio, per la squadra di transizione allacciare contatti con rappresentanti di governi stranieri», riconosce il New York Times che non è tenero con Trump. E tuttavia anche qui ci sono contraddizioni o veri e propri misteri. La rete di contatti con la Russia è molto più intensa che con qualsiasi altro governo al mondo, alleati inclusi. La “linea di comunicazione” che si stabilisce con Mosca, almeno da parte russa diventa un tentativo di aggirare le nuove sanzioni che proprio a dicembre l’Amministrazione Obama – ancora in carica – sta varando per punire le interferenze degli hacker manovrati da Putin. Infine, soprattutto, su quei contatti con Kislyak tutti mentono ripetutamente. Flynn li nega al Senato e perfino durante un colloquio con un suo superiore, il vicepresidente Mike Pence. Sessions, il senatore dell’Alabama che Trump designa come segretario alla Giustizia, mente pure lui durante l’audizione al Senato, negando contatti con l’ambasciatore russo. Menzogne su menzogne, infine imbarazzate ammissioni: ma il clima non è da caccia alle streghe, manca un inquisitore implacabile e fanatico alla McCarthy, i repubblicani hanno la maggioranza al Congresso e non spingono troppo sulle indagini.

LA PRUDENZA DEL WASHINGTON POST

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Bert Lance, il primo direttore dell’Ufficio di gestione e bilancio dell’amministrazione del presidente americano Jimmy Carter, rimase in carica meno di nove mesi prima di dimettersi. Mack McLarty, il primo capo dello staff di Bill Clinton, ebbe più successo, se usiamo la durata del mandato come misura del successo: McLarty occupò l’incarico che oggi è di Reince Priebus per 14 mesi. Il primo consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, Michael Flynn, non ha resistito un mese. Ciononostante, se lo paragoniamo ad altri candidati falliti nelle diverse amministrazioni americane – come John Tower (la prima scelta del presidente George H.W. Bush come segretario della difesa), Zoe Baird e Kimba Wood (la prima e seconda scelta di Clinton per l’incarico di attorney general, l’equivalente del nostro ministro della Giustizia), e adesso anche Andrew Puzder, l’ultima vittima del rituale di approvazione dei candidati a ricoprire un incarico nell’amministrazione americana – il segno lasciato da Flynn nella storia del ramo esecutivo americano sembra monumentale.

In fondo, Flynn ha aiutato Trump a mettere insieme un notevole gruppo di lavoro che si occupa di sicurezza nazionale, che comprende il segretario di Stato Rex Tillerson, il segretario della Difesa Jim Hattis, il segretario per la Difesa Nazionale John F. Kelly, il direttore della CIA Mike Pompeo e il direttore dell’intelligence nazionale Dan Coats. Flynn ha lasciato il segno, anche se la sua rapida uscita di scena è stata sgradevole per molti e misteriosa per chiunque. Nonostante sia un guerriero molto rispettato e le sue abilità sul campo di battaglia siano fuori discussione, non sempre queste capacità si traducono bene nel mondo politico.

Il suo addio è una crisi per la presidenza Trump? Se sì, è più grande o più piccola rispetto a quella generata dall’ordine esecutivo sull’immigrazione, poi bloccato? Tra dieci anni uno qualsiasi di questi episodi avrà davvero molta importanza quando le storie sugli anni dell’amministrazione Trump si saranno accumulate? Oppure – come sospetto – entrambi impallidiranno in confronto alla nomina e all’attesa conferma di Neil Gorsuch alla Corte Suprema? Alcune persone sono molto preoccupate. «Alcuni dei nostri alleati sono terrorizzati a morte», ha fatto notare l’ex segretario di Stato James Baker, riferendosi alla retorica iniziale di Trump e alle sue imprevedibili decisioni in politica estera. Baker è un uomo dalla grandissima esperienza. Ma i timori di queste persone rispettabili – per non parlare dell’isteria di chi per molto tempo è stato trascurato e ora smania per ottenere rilevanza, o le urla degli sconfitti in cerca di vendetta – sono reali o si tratta solo di nervosismo nei confronti di una cosa completamente nuova?

La storia non è molto d’aiuto nel giudicare gli episodi iniziali intorno a una presidenza. Quello che fece George W. Bush nei primi mesi del suo mandato, prima dell’11 settembre, ebbe molta importanza rispetto a quello che successe dopo quel giorno terribile? Nel famoso parere per la causa in cui venne respinto il tentativo del presidente Harry Truman di prendere il controllo dell’industria dell’acciaio durante la Guerra di Corea, il giudice Robert Jackson disse che a volte i precedenti e la storia non ci dicono molto. «Il fatto che gli ampi e indefiniti poteri del presidente comportino vantaggi pratici come anche gravi pericoli è una cosa che colpisce chiunque abbia ricoperto l’incarico di consigliere legale di un presidente in un periodo di transizione e ansia pubblica», scrisse Jackson nel 1952 per il caso “Youngstown Sheet & Tube Co. contro Sawyer”. «Un giudice, come un consigliere esecutivo», e dovremmo aggiungere anche gli opinionisti, «potrebbe rimanere sorpreso davanti alla povertà di poteri davvero utili e inequivocabili che possano essere usati per risolvere i problemi pratici del potere esecutivo, quando si manifestano», disse Jackson quasi borbottando mentre esponeva il parere con cui negò a Truman il potere che chiedeva, «quello che immaginavano i nostri avi, o che avrebbero immaginato se avessero previsto le condizioni moderne, deve essere intuito da elementi tanto enigmatici quanto i sogni che Giuseppe fu chiamato a interpretare per il faraone»

I giudizi sulla presidenza Trump che si basano sul suo primo mese alla Casa Bianca sono prematuri per definizione. La storia ci offre alcuni precedenti utili che arrivano da un’epoca che si muoveva alla stessa velocità di quella attuale. Il 7 giugno 1993, il Time pubblicò una copertina che ritraeva un minuscolo Bill Clinton, lo stesso Clinton che sarebbe poi diventato una figura molto importante per i successivi venticinque anni, con il titolo The Incredible Shrinking President, “l’incredibile presidente che si rimpicciolisce”. Agli occhi di alcune persone, nei primi cinque mesi di quella che sarebbe diventata una presidenza di otto anni Clinton “si era rimpicciolito”. Per i successivi 91 mesi, però, nel bene o nel male, la sua importanza sarebbe cresciuta parecchio.
Abbiamo già assistito, quindi, a successi e inciampi iniziali. L’elemento nuovo è però l’affanno continuo e quasi onnipresente di molte persone nel settore dell’informazione. In generale siamo sempre stati un mucchio di allarmisti, ma il club di quello che gridano al lupo non è mai stato così numeroso. Impreparate alla sorpresa delle elezioni di novembre, molte persone affrontano la situazione come se fossero ancora in campagna elettorale, la stessa che secondo le loro accuse Trump non avrebbe mai abbandonato. Forse non l’ha fatto nessuno, a eccezione di alcune delle persone più sagge nell’amministrazione.

Il primo mese da presidente di Trump è stato pieno di notizie, ma a esclusione del cambio alla Corte Suprema – che assicura la stabilità di quelli precedenti, e non cambiamenti – non è successo niente che giustifichi l’isteria o i proclami prematuri di grandi vittorie future. Non sorprende che un paese diviso abbia generato un’opinione divisa sulla vittoria in un’elezione divisiva. Il giudizio è sospeso, e sarà così per molto tempo, eccetto per quanto riguarda le nomine di persone misurate al Pentagono, al Dipartimento di Stato, alla Cia e al Dipartimento di Giustizia, l’eccezionale nomina alla Corte Suprema, e la promessa di fare grandi cambiamenti ai settori più problematici dell’apparato amministrativo americano. Agli occhi della maggior parte delle persone che hanno sostenuto la sua elezione, quello di Trump è un buon inizio, per quanto difficile possa essere da credere per alcuni membri delle élite dei media tra Manhattan e Washington. (DA ILPOST)