La Stampa, 4 marzo 2017
Sergey Kislyak, un diplomatico figlio dell’Urss fra lusso, ricevimenti e spionaggio
Una «caccia alle streghe» come durante il «maccartismo» anni 50 negli Usa contro i comunisti: così il ministro degli Esteri russo Lavrov ha difeso il suo ex vice, l’ambasciatore a Washington Sergey Kislyak, finito nell’epicentro dello scandalo Russia-gate. La «Cnn» lo accusa addirittura di essere «una spia». Accuse «vergognose» per Mosca. Ma che hanno fatto dell’uomo di Putin in America, famoso finora per il suo basso profilo e la riluttanza ai riflettori, «il più importante e politicamente radioattivo ambasciatore a Washington», per dirla col «New York Times»: chiunque lo sfiori, rischia la carriera.
Sessantasei anni, laureato in Ingegneria Fisica, corpulento e gioviale, è un veterano della diplomazia di scuola sovietica. Esperto di negoziati sul controllo degli armamenti, conosce gli Stati Uniti dal 1981 quando vi mette piede la prima volta con la missione all’Onu; dal 1985 al 1989 serve all’ambasciata a Washington, dopo il crollo dell’Urss diventa il primo rappresentante russo alla Nato, ambasciatore in Belgio 1998-2003. Torna a Mosca 5 anni come viceministro degli Esteri, infine nel 2008 è di nuovo a Washington da ambasciatore, all’apice dello sperato «reset» Russia-Usa con Obama, poi naufragato con la crisi ucraina.
In 35 anni negli Stati Uniti ha intessuto moltissimi rapporti dal Congresso alla Casa Bianca, dal governo all’opposizione: «conosce tutti, va dappertutto e parla con tutti», vorace di biglietti da visita. Nel 2016 durante la campagna Trump è in prima fila con altri quattro ambasciatori al Mayflower hotel quando Donald lancia lo slogan «America first».
Ma Kislyak, famoso per i suoi ricevimenti lussuosi, frequenta anche i democratici. Li invita nei fine settimana alla famosa tenuta di Pioneer Point in Maryland, chiusa da Obama a dicembre durante le accuse di hacking. In quel sospetto «nido di spie», tra barbecue all’aperto, i figli dei negoziatori statunitensi del trattato Start-3 con Mosca salgono sulla sua barca scortati dalle guardie di sicurezza russe. Nel 2011 organizza una cena sontuosa, 5 portate di «cucina fusion russa» per 50 ospiti, tra cui funzionari dello staff di Obama e figure d’alto livello dei Dipartimenti di Stato e Difesa, nel suo palazzo a tre piani in stile Beaux-Art poco distante dalla Casa Bianca, per brindare al nuovo ambasciatore statunitense a Mosca, Michael Mc Faul. Finché Putin torna al Cremlino nel 2012, e le tensioni risalgono. La sua retorica si fa sempre più aggressiva, difende a spada tratta ogni posizione del Cremlino, incluso l’intervento russo in Ucraina. Ma non è così vicino a Putin.
Proprio Mc Faul, forte critico del Cremlino, è scettico sulle accuse a Kislyak: «Cerchiamo di non essere ingenui. Lui ovviamente incontrava Sessions a causa del suo ruolo nel mondo Trump. Questo è il suo lavoro». E le «spie» solitamente si annidano ai livelli più bassi delle ambasciate, notano gli esperti. Ma proprio a Mosca, ironia della sorte, ogni contatto con diplomatici stranieri è visto come «un primo passo verso il tradimento».