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 2017  marzo 04 Sabato calendario

In scena a Pechino la politica-show. E Xi punta all’eternità

PECHINO L’abito non farà il monaco ma il delegato del Tibet che si aggira, con la toga arancione d’ordinanza, qui sul piazzale della Grande Sala del Popolo davanti a Tiananmen, sembra davvero la comparsa assoldata per completare il cast del Truman Show della politica: perché che se ne faranno, i cinesi, di un Parlamento, se poi è tutto deciso dal partito unico? Benvenuti al più grande spettacolo (politico) di tutta la Cina, le Lianghui, cioè le Due Sessioni, ovverossia la quasi contemporanea apertura dell’Assemblea nazionale del popolo, al via domani, e della Conferenza politica consultiva, aperta ieri. «E per carità», dice a Repubblica Robert Lawrence Kuhn, lo studioso e commentatore di Cctv e Cnn «è chiaro che bisogna contestualizzare il tutto nel sistema del partito unico: ma la Conferenza, per esempio, è quanto di più vicino a quello che noi chiamiamo società civile. Protagonisti dell’industria, della scienza, dell’educazione: portatori di proposte e suggerimenti ormai molto più interessanti dei dibattiti dell’Assemblea nazionale. Che sulla carta è la camera più importante: ma quella sì è un corpo senza potere, destinato a ratificare le indicazioni del partito». Che poi è come dire Xi Jinping, il Presidente di Tutto, l’uomo alla testa delle potentissime commissioni che governano davvero il paese, il comunista che l’ultimo plenum ha dichiarato hexin, cioè “fulcro” del partito.
Sì, hai voglia a inseguire le veline del governo su Twitter, che in Cina è oscurato ma l’informazione di Stato utilizza comunque per veicolare le news che contano. È a Xi, sempre lui, che tutti guardano davvero in queste Due Sessioni, dove il cinese più potente dai tempi di Mao Zedong officia e presenzia. Perché è qui, nelle Due Sessioni, che cominciano le grandi manovre del 19esimo congresso del partito che in autunno lo ri-eleggerà per altri 5 anni. E soprattutto è qui – scommetteva ieri il New York Times – che Xi proverà a sondare la volontà di far saltare certe regole non scritte: a cominciare da quel limite d’età senza il quale potrà allungare la sua manina ben oltre il 2022 della pensione. Come è sempre qui che farà muovere come si deve i suoi uomini nuovi: Li Hongzhong, il boss di Tianjin, Chen Quanguo, il duro messo a capo dello Xinjiang dove brucia l’emergenza terrorismo. Ha buoni argomenti, il grande capo, per imporli. La sua campagna anticorruzione ha gettato nel terrore tanti nemici, pronti a essere disarcionati con la scusa delle mazzette. Ma non si governa solo con la coercizione. L’Hurun Report uscito in questi giorni dimostra che sotto il suo regno i 100 deputati più ricchi, tra cui tanti imprenditori già miliardari come Pony Ma, boss di WeChat, hanno visto maturare il tesoro personale del 69%. Più la Cina cresce, più ci si arricchisce: non è anche così che si costruisce il consenso?
Ovviamente il programma ufficiale delle Due Sessioni tutto questo lo ignora: hanno altro di cui occuparsi i delegati. La Conferenza consultiva aperta ieri – duemila iscritti, 12 associazioni compresa la Lega Democratica, la Federazione di Tutte le Donne e il Partito, oh yes, dell’Interesse Pubblico – dovrà esaminare in meno di 15 giorni la bellezza di 5769 proposte di legge. Come quella contro le truffe telefoniche presentata dall’onorevole Shi Jie dello Sichuan,nella speranza di vendicare il povero Xu Yuyu, studente 18enne morto per crepacuore dopo aver scoperto di aver regalato i 1450 dollari della sua borsa di studio a un sedicente funzionario della Pubblica istruzione. Peccato che per ora l’attenzione dei media sia concentrata più che altro sul look dei rappresentati delle 55 minoranze riconosciute dallo Stato – come il monaco del Tibet – calati in questa Pechino tirata a lucido perfino in cielo, visto che il governo ha fatto chiudere centinaia di fabbriche per cercare, senza tanta fortuna, di non annegare lo show nell’inquinamento.
Folclore. Destinato a essere spazzato via, altro che lo smog, non appena il governo fornirà all’Assemblea nazionale, come succede ogni anno durante le Lianghai, i nuovi dati sull’economia. Quale sarà l’obiettivo del Pil nel 2017? Sopra o sotto il 6.5% attuale? O “intorno”, frase magica mai usata prima? E il deficit supererà l’attuale 3% per dare vigore alla spesa e quindi alla crescita?
Bloomberg ha fatto il giro delle sette chiese degli investitori, da Pimco a BlackRock, gente che qui manovra quasi 7mila miliardi di dollari, per testare il polso delle previsioni: che vanno ognuna per la propria strada. «Ma in Cina la crescita del Pil è una funzione soprattutto degli investimenti, e quindi quel valore è in un certo senso insignificante», spiega Michele Geraci, docente di finanza alla New York University di Shanghai. Se è lo Stato che determina gli obiettivi, dagli investimenti all’inflazione, per capire dove sta andando davvero l’economia bisognerà allora guardare altrove. Per esempio alle tre politiche che proprio alle Due Sessioni verranno messe in campo. «Incremento del manifatturiero del 20/25%. Scure sulle società statali, le cosiddette ‘zombie’ mangia-soldi e alleva-corruzione. E stretta sul credito ormai troppo facile: anche per sgonfiare il rischio bolla immobiliare».
Sarà questa mappa, Donald Trump permettendo, a far tenere dritta la barra della seconda potenza economica del mondo? Per scoprirlo bisognerà attendere la conferenza stampa che, come ogni anno, sarà condotta alla fine dal premier. Anche se c’è chi giura che, quest’anno, sarà la stessa conferenza a segnare la fine del premier: Li Keqiang, si sussurra, è da tempo nell’ombra del potente Xi e il suo destino è segnato. Il più grande spettacolo (politico) della Cina è appena cominciato: e tutti sanno già come andrà a finire.