Corriere della Sera, 4 marzo 2017
Un alone misterioso, la vita
In questi giorni Mario Fortunato raccoglie in una eccellente traduzione tutti i racconti di Virginia Woolf ( Lunedì o martedì, Bompiani ): scritti tra il 1906 e un mese prima della morte, nel marzo 1941. La Woolf affermò che abbandonare i grandi romanzi, come Mrs Dalloway, Al faro e Le onde, e scrivere racconti, era stato per lei una specie di premio. I racconti erano «piccole cose»: regali, piaceri che faceva a sé stessa, specie in momenti ardui e difficili della vita.
Queste «piccole cose» rivelano talvolta una forza, un’energia, un’ispirazione, una disperazione più intense che nei libri maggiori. Quasi sempre esse sono collegate tra loro: note di una sinfonia inudibile e inesauribile. La mente della Woolf riceve una miriade di impressioni – fantastiche, o banali, o evanescenti, o robuste – e le incide con l’acutezza di una punta d’acciaio. Dissemina lo sguardo. Come scrive Mario Fortunato, la realtà che ne emerge risulta dall’incrocio tra gli sguardi che gettano i personaggi – uomini, animali e fiori —, la Woolf stessa e la folla complice dei lettori. Malgrado i suoi sforzi ciò che scrive resta – lei dice – imperfetto. «C’è una sola immagine – in Shelley, Keats, Browne, Gibbon – che si possa citare per intero? Una frase che non si desideri corretta dalle mani di Dio o dell’uomo?». Le parole hanno le ali troppo corte e inadeguate, per portare con sé dei corpi pesanti e complessi di significato.
Nei racconti giovanili la Woolf rappresenta la vita quotidiana, senza nessuna luce che la oltrepassi, come invece avrebbe fatto sempre nei suoi libri maggiori. Essenziale, per Rosamund e Phyllis, è il cambiarsi d’abito «due o tre volte al giorno». Presto ogni trama scompare. La vita è casuale. La vita è indistinta. La vita è un riflesso: il riflesso di un riflesso, o di molti riflessi. La luce e l’ombra fluttuano sulle spalle dei personaggi, con larghe chiazze irregolari e tremolanti. Le figure appaiono quasi trasparenti, e finiscono per dissolversi.
Ecco steli che si allargano in foglie a forma di cuore o di lingua: sulla punta petali rossi, azzurri o gialli con macchie di colore in rilievo. Ecco una lumaca, che per la Woolf non è meno importante di un essere umano. Le farfalle danzano l’una intorno all’altra. Un tordo saltella, simile a un uccello meccanico, con lunghe pause tra un movimento e l’altro. Le libellule sono lievi come le farfalle. Le donne sono trasparenti come le farfalle e le libellule: libellule con migliaia di sfaccettature negli occhi e un piumaggio fine e delicato, e difficoltà e timori e infinite tristezze. Ecco gli scarabei. Un mughetto. Le foglie morte. Gli stagni immobili: i quali non si preoccupano mai di ciò che gli esseri umani pensano di loro. Ogni stanza ha le proprie passioni, amori, invidie e dolori che la invadono e la rannuvolano, proprio come un uomo. Tutte le figure sono avvolte da vapori e aloni verde-azzurro prima di dissolversi nell’atmosfera ancor più verde-azzurra. Negli occhi degli uomini ci sono soltanto fratture e scissioni. Le anime sono vuote: questo vuoto fa quasi male; esse sono come mosche che annaspano nello spazio. Eppure l’aria vibra di energia. Dalla Flotta all’Ammiragliato c’è un viavai di messaggi. Piccadilly, Arlington Street e il Mail sembrano elettrizzare l’aria del parco, trascinando le foglie con forza e vividezza.
Importano le cose. Ecco un pezzo di vetro sulla riva del mare: così spesso da essere quasi opaco; levigandolo, il mare ne ha quasi completamente consumato i bordi, in modo tale che è impossibile dire se fosse appartenuto a una bottiglia, o a un bicchiere, o a una finestra. Un pezzo di porcellana ricorda una stella marina. Più importanti delle cose sono le macchie. Ogni macchia è piccola, tonda, nera, nera sul muro buio e sembra gettare un’ombra percepibile. Una donna prende in mano un panno, e strofina forte un punto sul muro, come se volesse cancellare tutte la macchie del mondo: ma le macchie sono indelebili e non scompariranno mai – cuore della realtà visibile ed invisibile. Ecco i fantasmi: c’è sempre una porta che si chiude o si apre, sotto la spinta di una mano sconosciuta.
All’improvviso compare un personaggio che abbiamo già conosciuto nel libro più famoso della Woolf: Mrs Dalloway. Quando esce in strada, il Big Ben sta suonando: plumbei cerchi si dissolvono nell’aria: sono le undici; per lei un momento perfetto. Mrs Dalloway è una donna affascinante, composta, appassionata, con capelli stranamente bianchi per le sue guance rosee. L’orgoglio la tiene eretta, recettiva, prodiga, abituata alla disciplina e alla sofferenza. L’infelicità che aveva sempre cercato di nascondere, la sua profonda insoddisfazione – il senso di inferiorità rispetto agli altri, che aveva sempre avuto fin da quando era bambina – si impadronisce di lei: infelicità implacabile, crudele, così intensa che non avrebbe mai potuto scacciarla. Il suo essere si affila, come un diamante capace di tagliare a metà il cuore della sua vita.
L’ultimo racconto del libro, La stazione balneare, scritto un mese prima della morte, parla di una piccola città marina, pervasa dall’odore di pesce. I negozi di souvenirs sono pieni di conchiglie lucidate, insieme dure e fragili. Perfino la gente del luogo ha un aspetto da conchiglia. All’una in punto, questa fragile, lucida popolazione di crostacei si raduna al ristorante, il quale ha l’odore di un peschereccio che abbia tirato su le reti. In un altro racconto tardo appare una povera cagnetta bastarda, un tipico cane da zingari: mezzo fox terrier e mezzo Dio solo sa che cosa. «Spesso mi sono domandata che cosa pensasse di noi – stesa per terra sul tappeto davanti al camino, fra le scarpe e i fiammiferi spenti. Qual era il suo mondo? I cani vedono ciò che vediamo noi o qualcosa di diverso?».
La vita – commenta Woolf – non è una serie di lanterne disposte in modo simmetrico. La vita è un alone misterioso, un involucro trasparente che ci avvolge. Il narratore deve trasmettere questo spirito mutevole, sconosciuto e irriducibile.