Corriere della Sera, 4 marzo 2017
Walter de Silva, il super designer di auto e le sue scarpe leggere. «Ho vissuto all’inferno», dalla Volkswagen al proprio marchio
Che il designer di automobili sulla vetta del design mondiale – tra le mille macchine da lui disegnate, è papà di Alfa Romeo 147 e 156, poi direttore di dodici marchi del gruppo Volkswagen AG tra i quali Audi, Bentley, Bugatti, Lamborghini, Seat e Porsche – vada in pensione a 65 anni e decida di cambiare lavoro, diventando stilista di scarpe da donna sorprende finché non si parla con Walter de Silva (nato il 27 febbraio 1951 a Lecco).
«Mio papà era architetto ma la famiglia della mamma faceva scarpe da donna. Mio nonno rimase vedovo con tre figlie e allora era il maschio quello che portava avanti le cose... Così il calzaturificio Scola, della nostra famiglia, venne chiuso nel 1954, dopo 37 anni di attività. Avevamo un negozio a Porta Genova a Milano, Turci: scarpe da donna per la borghesia milanese. Mio fratello ne ha conservate alcune: sono tuttora bellissime. Le macchine sono state la mia passione ma i ricordi d’infanzia sono quelli del calzaturificio. Col nonno, in Valsassina, sul lago di Como: ricordo l’odore del mastice, della pelle. Il nonno diceva: quando la guerra finirà, tutti avranno le scarpe nuove ai piedi. Aveva ragione».
Il marchio di scarpe da donna «Walter de Silva» è la sua creatura: suo il logo, sua la filosofia («Come per le macchine: less is more, meno c’è e meno può invecchiare»), sua la volontà di fare scarpe da sera, leggere («Massimo 150-170 grammi, le donne non possono fare Frankenstein e fare bum, bum quando camminano»), niente zeppa a nessun costo, tacco al massimo di 10,5 centimetri.
«Ho sempre detto che avrei fatto scarpe, una volta in pensione. C’è chi ha scritto che ho smesso perché il Dieselgate – lo scandalo sulle emissioni, ndr – ha messo in difficoltà Volkswagen ma era già tutto deciso, mia moglie che è qui con me lo sa. Nel 2007 il presidente dell’Audi diventa presidente del gruppo e mi porta con sé: ho fatto gli ultimi 3-4 anni come in un inferno, designer di 12 marchi, 2mila persone sotto di me, prendevo due, tre, quattro, aerei al giorno, cinque giorni alla settimana perché facevo prima a spostarmi io che loro a spostare i modelli. A 65 anni ho detto: grazie, basta».
La scarpa da donna è come un’automobile in un certo senso perché «c’è un aspetto che va oltre il design: la moda è una forma di espressione. Io sono un architetto, non un fashion designer, ma certe idee della moda hanno influenzato anche il mondo del design, così come l’arte influenza moda e design, ci si influenza tutti gli uni con gli altri. L’identità del marchio e del design sono fondamentali, nell’auto come nella scarpa».
Come designer di auto, da una vita vede saccheggiare il suo lavoro da altre case: e quelli che copiano nella moda? «Non soffro di gelosie. Se ne soffri, nel mondo dell’auto, impazzisci: inventai il single frame all’Audi e molti l’hanno fatto dopo, ma l’originale rimane l’originale».