Libero, 3 marzo 2017
La bella, la bestia, il gay. Svolta Disney: per la prima volta un personaggio omosex
Lettera scarlatta, marchio a fuoco sul frontone di casa Disney, l’accusa di razzismo ha pesato a lungo sulla coscienza del Topolino. Che, nevrotico, ha speso grandi energie per scrollarsi di dosso la nomea altrui. Da Walt Disney, e dall’insieme criptico delle inclinazioni politico-culturali di questi, ha preso le distanze, ribadendo con forza il proprio sentire moderno. Principesse femministe hanno soppiantato le Cenerentola di turno, sostituendo a grembiule e sogni, armi e indipendenza. Pelli scure hanno rimpiazzato i colori diafani degli eroi disneyani, aprendo le porte ad un immaginario che ha trovato ieri la propria e più compiuta rappresentazione.
Bill Condon, regista del film live-action tratto da La Bella e la Bestia, atteso nelle sale italiane per il 16 marzo, ha reciso quel lembo ciancicato che, come un cordone oscuro, teneva la Disney legata al proprio padre fondatore. Le Tont, tirapiedi cicciottello del vanesio e nerboruto Gaston, nella pellicola sarà omosessuale. «Vogliamo mandare un messaggio a tutti i Paesi del mondo per ribadire che tutto questo è normale e naturale», ha dichiarato Condon al magazine Attitude, spiegando come la versione animata del 1991 si sia prestata ad una tale interpretazione. «Le Tont, che nel film sarà interpretato dall’attore Josh Gad, è stato tratteggiato sin dagli inizi come un tipo confuso: uno che, un giorno, si ferma a fantasticare sull’essere come Gaston (Luke Evans), un giorno ancora sul baciare Gaston. Cosa voglia, non gli è chiaro», ha aggiunto il regista, presagendo la presenza nella pellicola che per protagonisti ha Emma Watson (Belle) e Dan Stevens (Bestia) di «una scena interamente gay». Una rivoluzione senza precedenti, almeno non nella storia delle produzioni rivolte ad un pubblico di giovanissimi spettatori.
Benché la Disney, cui è stato chiesto a gran voce di includere la diversità nelle proprie opere, abbia provato ad accontentare i supposti progressisti, nulla di quel che ha fatto è valso più di un timido tentativo. In Alla ricerca di Dory, sequel del premio Oscar Nemo, è stata inserita una coppia di donne che si è detto fosse lesbica. Ma l’apparizione, corredata di passeggino e bebé, è durata qualche secondo. Troppo poco, perché ci si potesse fermare a tessere le lodi della lungimiranza Disney.
Così, in qualche dove della California, produttori e sceneggiatori hanno orchestrato la trasformazione, o evoluzione sessuale che dir si voglia, di Le Tont. Amerà Gaston, pretendente al cuore di Belle, con una sincerità tale da zittire la folla di facinorosi capitanata da Meryl Streep. È stata l’attrice, nel gennaio del 2014, a ricordare Walt Disney come un «bigotto sessista», le cui opere (da Peter Pan a I Tre Porcellini) sono state infarcite di stereotipi e cliché. Sugli ebrei, sui neri. Su chiunque, negli anni ’30, ’40 e ’50, non godesse di vita facile. «Un misogino, superbo, megalomane e razzista», ha sentenziato la Streep due anni fa, dividendo Hollywood.
Da una parte, è nata l’accusa, dall’altra la difesa. Walt Disney, si è ammesso, è stato figlio del suo tempo e, come tale, ha vestito il Grande Lupo Cattivo con gli abiti degli ambulanti ebrei, dipinto gli indiani come stolti primitivi e portato in scena gli effetti della discriminazione razziale. Contestato e messo alla gogna, la sua memoria infangata da critiche che pur non ne hanno leso il lascito artistico. A cinquantuno anni dalla sua morte, le colpe del «nazista» sono state espiate.