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 2017  marzo 03 Venerdì calendario

Da Omero fino al XXI secolo la gloria infinita dei giacinti

Arrivati direttamente dall’Inghilterra, «vittime» di un innamoramento di Silvia al Chelsea Flower Show dello scorso anno, i giacinti sono in fiore in quel di Alassio, nelle retrovie di Villa La Pergola.
Coltivati in grandi vasi di terracotta, con un terriccio soffice (viva la sabbia, senza esagerare!) e tanto sole, nomenclati e ripartiti secondo la cultivar, tutti profumatissimi, sono per ora in prova. Un vero e proprio «trial field» sul modello d’oltremanica: i migliori debutteranno in giardino dal prossimo inverno, piantati a gruppi sui bordi delle prode, al piede dei vecchi muri e soprattutto vicino alle finestre della casa. Verranno lasciati poco per volta naturalizzarsi, proprio come feci a suo tempo in quel di Revello, con risultati più che apprezzabili ancora oggi, alla faccia di tutti coloro che, presagendo la scomparsa dei fiori, trattano i giacinti quasi come piante annuali.
Di certo, con il tempo il vigore diminuisce e le fioriture si fanno più spargole e leggere: una vera lezione di eleganza sul tema del famoso «less in more». Lo stesso Hyacinthus x orientalis «Delft Blue», qui, da me, ha assunto sembianze da specie botanica, perdendo la compattezza e il gigantismo che spesso affliggono le cultivar moderne, soprattutto quelle olandesi e tedesche, e anzi facendosi forza di una riconquistata sobrietà. In ogni caso qualche innaffiatura estiva e un po’ di terra nuova e ricca, sarchiata in superficie alla fine di ogni inverno, possono fare miracoli.
A mio giudizio i più belli tra quelli cresciuti ad Alassio sono lo Hyacinthus orientalis «White Festival» e lo H. o. «Blue Festival», vincitori nel 2008 del celebre premio «Agm» della Royal Horticultural Society: bianco puro, il primo, e azzurro pervinca, il secondo: entrambi precoci nella fioritura e perfetti, a detta degli inglesi e a vista di noi italiani, da lasciare inselvatichire. Vengono chiamati impropriamente «multiflora», ma non si tratta di una specie a sé stante, piuttosto di uno speciale trattamento al quale vengono sottoposti gli stessi giacinti orientali. Risultato: giacinti con tanti steli e tanti fiori, dalla testa non troppo pesante e, anzi, abbastanza rada, assai simili ai rimpianti «giacinti romani», quelli che un tempo crescevano anche da noi, lungo i bordi e gli stradini delle vigne della collina torinese.
A rigore dovrebbero essere lo Hyacinthus orientalis var. albulus, proveniente dal Sud della Francia, ma detto romano, perché già i nostri avi pare lo conoscessero. Il primo a parlare di giacinti fu però Omero (erano tra i fiori che decoravano il cocchio di Era...), riferendosi alla specie che cresce selvatica sui monti dell’Anatolia, lì dove, pare, i giacinti abbiano origine. E furono, secoli dopo, gli ottomani a coltivarne il fiore: si racconta che alla fine del Cinquecento, per la morte di Murad III, sultano potentissimo, figlio della veneziana Cecilia Venier, rapita dai turchi in quel di Paros, ne vennero piantati più di 500 mila. Chissà se fu il celebre Ghiselin de Busbecq a portarlo in Europa, insieme al tulipano: di certo comparve all’orto botanico di Leida in quel periodo, secondo quanto ci dice il Clusio, e anche nello stesso orto botanico di Padova. Da allora fu un susseguirsi di ibridi e varietà, principalmente per mano fiamminga, ed ebbe inizio l’ascesa del giacintone moderno, quello coloratissimo e profumatissimo, con fiori grandi e talvolta anche doppi: un vero mostro botanico.
I bulbi dei giacinti devono essere messi a dimora all’inizio dell’autunno, ad una profondità doppia rispetto alla loro altezza, in terreni assolati e ben drenati. L’ideale è piantarli al piede di arbusti a foglia caduca, in modo che rimangano ombreggiati nei mesi più caldi, ed innaffiarli bene durante la fioritura. Importantissima è la regola secondo la quale le foglie non devono venire recise prima di cinque-sei settimane. Parola di Bianca Micheletta, sapiente ed espertissima giardiniera.