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 2017  marzo 03 Venerdì calendario

«Sessions mentì sulla Russia». Nei guai il ministro di Trump

Il «Russiagate» si allarga e prende di mira il segretario alla Giustizia Jeff Sessions. Il Washington Post ha rivelato che l’ex senatore dell’Alabama si era incontrato due volte con l’ambasciatore russo a Washington, Sergey Kislyak, durante la campagna presidenziale di Donald Trump, ma non aveva rivelato questi colloqui nelle audizioni per la sua conferma. In questo modo potrebbe aver violato la legge, perché l’audizione al Senato era sotto giuramento. I democratici ora chiedono le sue dimissioni. Diversi repubblicani invece hanno domandato che si faccia da parte nell’inchiesta in corso sui collegamenti tra Mosca e la campagna di Trump, e in serata Sessions si è ricusato.
L’intelligence americana ha concluso da tempo che la Russia ha cercato di influenzare le presidenziali del 2016, attraverso gli attacchi lanciati dai suoi hacker per rubare informazioni compromettenti su Hillary Clinton. Il nodo ora è capire se questa strategia era stata concordata con la campagna del candidato repubblicano, e quindi con la complicità sua, o dei suoi collaboratori. E se questo era avvenuto perché Donald aveva interessi personali che lo legavano al Cremlino.
Lo scandalo ha già provocato le dimissioni del consigliere per la Sicurezza nazionale Flynn, quando si è scoperto che aveva parlato con Kislyak prima dell’insediamento dell’amministrazione, discutendo le sanzioni imposte da Washington a Mosca. A quell’incontro, nella Trump Tower di Manhattan, avrebbe partecipato anche Jared Kushner, genero e consigliere del presidente. Lo sostiene il New York Times. A causa dell’incidente con Flynn, e delle notizie pubblicate dalla «Cnn» secondo cui alcuni funzionari della campagna di Trump avevano avuto contatti costanti con l’intelligence russa, durante le audizioni per la conferma di Sessions il senatore democratico Franken gli aveva chiesto se era a conoscenza di tali colloqui. «Io – aveva risposto il segretario alla Giustizia – sono stato un surrogato della campagna, ma non so nulla di simili contatti e non li ho avuti». Ora però si scopre che la verità è un’altra. Sessions aveva visto Kislyak durante la Convention di Cleveland, insieme ad altri ambasciatori e almeno due consiglieri, J.D. Gordon e Carter Page, a margine di una conferenza, e soprattutto a settembre in privato nel suo studio. Ieri ha detto che «lo avevo incontrato nella mia veste di senatore, e non avevo discusso la campagna elettorale», quindi non avrebbe mentito a Franken perché non aveva parlato delle presidenziali. Trump ha commentato che Sessions conserva la sua «totale fiducia, probabilmente ha detto la verità nelle audizioni, e non dovrebbe ricusarsi». I leader democratici Schumer e Pelosi però hanno risposto che ha mentito, e quindi dovrebbe dimettersi. Diversi repubblicani, dai senatori Portman e Collins, ai deputati Issa e Chaffetz, avevano chiesto invece che si ricusasse dall’inchiesta sul «Russiagate», perché se non lo faceva avrebbe rafforzato la mano di chi domanda la nomina di un procuratore indipendente. Ieri sera Sessions li ha ascoltati e si è fatto da parte dall’indagine. Il segretario però rischia ancora l’incriminazione per spergiuro, mentre il New York Times ha scritto che l’intelligence Usa ha ricevuto dai colleghi inglesi e olandesi le prove di incontri in Europa fra inviati russi e rappresentanti della campagna di Trump.