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 2017  marzo 03 Venerdì calendario

La «guerra indiana» per conquistare l’Ilva

MUMBAI Era il 1959, quando il sindaco di Taranto dell’epoca, Angelo Monfredi, portò la banda in piazza per festeggiare l’arrivo dell’Italsider. “La festa fu grande”, appuntò in un vecchio taccuino tante volte rievocato. Sono passati quasi 60 anni e per replicare la festa bisognerà cercare elefanti o divi di Bollywood perché a Taranto, comunque vada, arriveranno gli indiani. Il futuro dell’Ilva è infatti qui, nell’acciaio dell’altra parte dell’oceano, nelle cascate di rupie di Jsw o Arcelor Mittal le due super potenze del ferro che in cordata con Cdp, Arvedi e Del Vecchio (i primi) e con Marcegaglia (i secondi) hanno promesso il rilancio di quello che un tempo fu il più grande siderurgico d’Europa e che invece oggi è un vulcano che sputa debiti, precarietà e malattie. Lunedì prossimo le due cordate dovranno presentare le loro offerte economiche vincolanti che commissari, prima, e governo poi dovranno valutare: non vincerà quella economicamente più vantaggiosa ma quella complessivamente più convincente, tenendo presento anche occupazione e ambiente. Vincerà chi offrirà la strada migliore per risollevare un pezzo centrale di industria italiana e il presente e il futuro di una città e di una generazione: che ne sarà dei 15mila lavoratori di Taranto (3mila oggi in cassa integrazione, 5mila dell’indotto)? E dei 300mila tarantini che si ammalano per geografia?
Le due cordate hanno idee così diverse che la scelta traccerà una strada o la sua opposta. Arcelor punta su quello che c’è: è il gigante dell’acciaio mondiale, ha un mercato solidissimo in Europa, la volontà di mantenere l’attuale produzione prevista di sei milioni di tonnellate all’anno (più due da lavorare a Genova). Per loro comprare Ilva significa avere un nuovo partner ma soprattutto un concorrente in meno, hanno previsto un taglio del personale in linea con l’attuale cassa integrazione ma soprattutto scelto la strada della fedeltà al carbone, «perché non si può fare altro». «E invece non è vero», dicono gli avversari di Jsw, più piccoli («ma il nostro fatturato è comunque il 75% del loro») ma assai determinati, non fosse altro che l’Ilva per loro significa l’ingresso in Europa. Da qualche settimana i due gruppi non si sono risparmiati stoccate, dirette e indirette (per dire sulle mail dei giornalisti sono arrivate persino delazioni anonime contro Jsw). La partita si gioca intorno sul prezzo (offerte top secret, ma indiscrezioni danno come più importante economicamente quella della cordata di Arcelor) e sull’ambiente (e qui Jsw ha tracciato la strada della decarbonizzazione). «Vogliamo produrre 10 milioni di tonnellate», spiega nel suo quartier generale di Mumbai, Saijan Jindal, il patron del colosso, «sei con il vecchio carbone, in maniera più green e senza chiudere l’Altoforno numero 5», il più grande di Europa. «Ma – continua – la scommessa è produrre altre 4,5 milioni di tonnellate senza carbone, con il gas e i forni elettrici». Jsw vuole dunque aumentare la produzione, «e più produzione significa più lavoro: forse ora dovremmo rivedere i numeri del personale, con l’accordo del sindacato, ma poi creeremo nuovo lavoro. E aumentare la produzione non significa aumentare le emissioni», dice citando l’esempio del suo stabilimento di Vijayangar, un villaggio dell’acciaio grande quanto l’Ilva a sud di Taranto, verde e senza puzza. La forza di Jsw è in un barattolo di plastica: «Queste erano polveri sottili, quelle che fanno ammalare la gente perché si disperdono per aria. Ora è micropellets, una sostanza che riutilizziamo completamente: ne produciamo mille e 600 tonnellate al giorno che finiscono qui, invece che nei nostri polmoni». È attorno a queste palline nera, probabilmente, che si deciderà il futuro di Taranto e del suo vulcano.