Corriere della Sera, 3 marzo 2017
Da Napoli all’Italia. Le mire dell’ex compagno diventato capitalista
La sua piccola giungla era stata degradata a semplice spartitraffico. Alfredo Romeo poteva anche tollerare il sequestro da parte dei vigili urbani della sua collezione di piante grasse in perenne espansione, esposta davanti all’ingresso del suo hotel di lusso che un tempo fu quartier generale di Achille Lauro, e poi arrivata ad occupare anche una via laterale, con tanto di aiuola messa di traverso sulla strada. Ma non il suo svilimento a semplice intralcio urbano nel decreto che all’inizio dello scorso settembre gli era stato appena sventolato sotto il naso.
Quei cactus giganti, quelle palme, tutte accompagnate da annessa targhetta con nome originale in latino, valgono decine di migliaia di euro e rappresentano davvero il giardino segreto dell’uomo che dopo essere stato il padrone occulto di Napoli aveva allargato le sue ambizioni agli immobili dell’Italia intera. La chiama «piccola giungla» e la cura di persona. Spesso trova il tempo di dare l’acqua, sistemare le etichette, fare interventi di potatura quando necessario. La cura del dettaglio che talvolta sfocia nella fissazione non è una novità ma una costante del suo carattere. I suoi vecchi compagni ricordano quando entrava addobbato con foulard, cravatta e completo Principe di Galles nella sezione del Pci di Chiaia-Posillipo lasciando sul tavolo preziosi tomi di iridologia e altre medine alternative, che per i tempi, siamo alla fine degli anni Settanta, erano non solo rari, ma anche guardati con un certo sospetto dai militanti più ortodossi. Non poteva durare. Nel 1982 smise di frequentare, pur mantenendo rapporti che gli sarebbero stati preziosi nell’esercizio di un capitalismo che più di relazione non si può.
L’ultimo giapponese in ben altra giungla si chiama Rosario Concordia, misconosciuto dirigente locale dell’ormai estinta Alleanza nazionale. Fu l’unico di sessanta consiglieri comunali a votare contro la delibera che all’inizio degli anni Novanta assegnava a Romeo la gestione dell’intero patrimonio immobiliare di Napoli. Quell’atto, approvato da 59 consiglieri comunali su 60, segnava il punto d’arrivo de ‘a Romeo, l’agenzia immobiliare diventata in poco tempo una protesi della politica cittadina.
La Tangentopoli napoletana rivelò elargizioni e favori a dirigenti pubblici che valsero al titolare la condanna in primo e secondo grado, cancellate in Cassazione per sopraggiunta prescrizione. Nel fatidico 1993 Romeo citò in giudizio alcuni capi della Democrazia cristiana locale, ai quali chiese la restituzione di presunte tangenti per un ammontare di quattro miliardi. Dall’intreccio di reciproche accuse ne uscì assolto e in possesso di un database con tutte le proprietà comunali, costruito risalendo per li rami dal primo catasto cittadino creato da Gioacchino Murat. Quella mappa preziosa gli era stata commissionata dal Comune, ma Romeo la considerò sempre una proprietà privata.
«La condizione di privilegio assoluta era giustificata con il falso mito della sua efficienza aziendale». Mario Di Costanzo fu l’unico suo vero nemico. Nel 1997 divenne assessore «tecnico» al Patrimonio. L’ex funzionario di banca e presidente dell’Azione cattolica napoletana si mise a studiare. Chiese per quale ragione Romeo usava i vigili urbani e non i suoi dipendenti per censire i vani. Chiese perché doveva rimborsare l’installazione di novecento caldaie effettuata a 16 milioni di lire cadauna, quattro volte il prezzo di mercato. Fece molte domande, non ottenne risposta. «Erano gocce in un mare di spreco, ma indicative di una certa mentalità. Tutto era fatto all’ombra dello Stato».
Un giorno suona il telefono dell’assessore. È Romeo. Lo accusa di essere troppo rigido, fuori dalla storia. E in fondo aveva ragione. La sua storia infatti va avanti fino al 2013, quando Luigi de Magistris finalmente libero dalla spada di Damocle di una penale miliardaria gli toglie la gestione del patrimonio immobiliare, obbligandolo a rivolgere altrove lo sguardo. In mezzo c’è stata l’inchiesta sugli appalti per la manutenzione delle strade di Napoli, dalla quale esce indenne, e la sua consacrazione a venerato maestro dell’imprenditoria cittadina. L’hotel che porta il suo nome diventa il salotto più ambito da politici e notabili. All’ingresso c’era una distesa di bellissime piante grasse che però occupavano suolo pubblico ostruendo il passaggio in un vicolo attiguo. Di Costanzo invece è ormai in pensione. Disse a ben due sindaci, Antonio Bassolino e Rosa Russo Iervolino, che Romeo «era un problema serio». Nel 2001 venne accusato di far perdere voti con il suo atteggiamento ostruzionistico. Non fu riconfermato. È la legge della giungla.