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 2017  marzo 03 Venerdì calendario

Addio Tomaso Staiti, il miglior fascista che si sia mai visto

Adesso diranno che è morto un fascista. E non sanno quanto lui, da lassù, ne sarà fiero: Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse se ne è andato mercoledì a 84 anni. Anche ora ce lo immaginiamo dritto come un fuso, con il suo portamento elegante, i modi galanti, lo sguardo intelligente ascoltare distrattamente gli epitaffi. Era così bello e affascinante che uno dei suoi soprannomi era “Staiti terrore dei mariti” (e lo era davvero): “Essere nato in un Paese cattolico e aver vissuto in provincia sono i presupposti di un’eterna felicità, scoprire qualche centimetro di pelle femminile in più”. Il vero soprannome era Barone nero, omaggio agli aristocratici natali: siciliano del Trapanese, classe 1932, famiglia nobile, si è spento nella città che da oltre quarant’anni era la sua casa, anche se negli ultimi tempi si era rifugiato a Stresa e da Milano passava di rado. Al Msi si era iscritto nel ’49, l’università l’aveva fatta a Pavia dove era stato anche segretario del Fuan. A Milano, la tana nella sede missina di corso Monforte, diventa consigliere comunale nel 1970, anni di botte e di bombe, molotov e fumogeni, cortei dove i neri se le davano di santa ragione con quelli del Movimento studentesco (ma di Capanna diceva: “Avevamo gli stessi nemici: il capitalismo e gli americani. Lo sapevamo, ma eravamo costretti a combatterci”). Toccò a lui annunciare a Palazzo Marino la morte di Sergio Ramelli. Nella sua autobiografia, Confessioni di un fazioso, lo aveva ricordato così: “Presi la parola in Consiglio; in un silenzio insolito dissi “Sergio Ramelli è morto”. Applausi. Le mie parole furoro sommerse dai festeggiamenti: i dipendenti comunali, presenti in aula per discutere il loro contratto, celebrarono quella morte in modo terribile, agghiacciante”.
Ma Tomaso, colto e anticonformista, è stato ben più del clichè del fascista nostalgico. Di Ignazio La Russa ha scritto: “È un Pippo Baudo dei poveri: faceva battute ironiche sulla mia presenza in direzione provinciale perché ero inviso ad Almirante. Alla terza battuta lo presi a schiaffi. E finì di scherzare”. Oltre il colore, la sostanza: “Nel 1989 dalle colonne dell’Europeo indicavo quelli che ritenevo essere i mali di un partito il mio, l’Msi, che non aveva saputo rinnovarsi. C’era un tumore a Milano, nutrito dai legami tra la famiglia La Russa e i Ligresti. Il combinato disposto tra politica e affarismo: poi questo tumore ha provocato metastasi. La politica è diventata uno strumento di affermazione sociale per morti di fame spirituali, che vengono ricoperti di soldi, ma restano morti di fame”. Questo lo aveva raccontato in un’intervista al Fatto, che leggeva sempre con attenzione. Qualche volta telefonava per chiacchierare, voleva sapere cosa capitava a Roma (era stato parlamentare per 13 anni), a volte consigliava libri da leggere. La destra l’aveva abbandonata quando s’intravedeva all’orizzonte la conquista del potere. Detestava Berlusconi, che lui ricordava rampante negli anni Sessanta della sua Milano notturna. Lo ha scritto ieri in un post commosso e affettuoso, Flavia Perina su Facebook: “Il migliore che abbiamo conosciuto, il meno trombone, il più colto, il più elegante, il più ironico, il meno imbrancato, il più libero in un mondo con troppi ipocriti e servi sciocchi. Schifò il berlusconismo anche per dato estetico: Ma li vedete come vanno vestiti? Con questi gessati Palermo da finti gangster anni Trenta. È la politica dell’sms: soldi-mignotte-salotti tv”.