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 2017  marzo 03 Venerdì calendario

Capitalismo francese afflosciato

Il Crédit Agricole che, attraverso la controllata Amundi, compra da Unicredit (per 3,6 miliardi di euro) Pioneer, il più importante player italiano del risparmio gestito. Vivendi, la holding di Vincent Bolloré che, dopo aver conquistato il 20% di Telecom e l’8% di Mediobanca, punta dritto su Mediaset.
Lactalis, il gigante mondiale del latte e dei formaggi della famiglia Besnier, che decide di chiudere la partita di Parmalat e mette sul tavolo un pacchetto di soldi per delistarla dalla Borsa. Il colosso degli occhiali Essilor che getta le basi per conquistare, quando sarà il momento, la Luxottica di Leonardo Del Vecchio.
Visto dall’Italia, il capitalismo francese sembra ancora aggressivo, arrembante, napoleonico. Ma, guardando le cose più da vicino, come stanno facendo in questi giorni alcuni importanti centri studi economici collegati al Medef, Mouvement des entreprises de France, la Confindustria francese, e lo stesso centro studi della Banca centrale, si scopre che è solo un’illusione ottica, che il capitalismo d’Oltralpe non è più quello di un tempo, potente finanziariamente e guidato da chefs d’entreprises, da capitani d’industria decisi, carismatici, visionari. Al contrario, scrivono gli analisti della Banque de France, siamo di fronte a un capitalismo «fragile, affaibli, de plus en plus ouvert à tous le vents», fragile, indebolito, in balia dei venti freddi della globalizzazione.
Basta una sola, piccola percentuale a spiegare il ripiegamento della Grande Armée industriale del Paese un tempo orgoglioso dei suoi campioni nazionali, dal nucleare con Edf (l’Enel francese) e la sua controllata Areva, leader mondiale nella costruzione delle centrali e oggi salvata dal fallimento grazie all’intervento (4miliardi di euro) dello Stato, all’industria dei trasporti con il gigante Alstom passato in gran parte all’americana General Electric.
E questa percentuale è il 2,8%. Fatto cento il valore di tutte le imprese quotate in Borsa in tutto il mondo, è questo il peso della Francia, quel che resta dei campioni nazionali. Dieci anni fa, prima che cominciasse la Grande Depressione post-subprime e post-Lehman Brothers, questa percentuale era doppia, del 5%, e le aziende francesi presenti allora nella graduatoria delle prime 500 aziende più capitalizzate al mondo erano 32. Oggi sono dieci in meno, solo 22. Come a dire che la Francia ha perso il 45% del suo peso «dans le grand jeu capitaliste mondial» nel grande risiko del capitalismo mondiale come spiega un manager di lungo corso come Pierre Pringuet, per decenni alla guida del colosso del «wine&spirits» Pernod Ricard e ora presidente di Afep, Association française des entreprises privées, una sorta di Superconfindustria che raggruppa i grandi gruppi privati.
Forse qualche esempio concreto chiarisce lo scenario. Oltre alla débâcle del sistema energetico (Edf, Gaz de France, Areva, Vallourec che produce tubi senza saldatura) che ormai si regge solo con il sostegno pubblico, c’è da considerare il fatto che decine di «fleurons», di gioiellini del sistema produttivo hanno cambiato bandiera. Non sono più francesi. Sono diventati svizzeri come Lafarge (cemento e calcestruzzo), oppure finlandesi come Alcatel, un tempo leader nelle telecomunicazioni, o americani come Alstom, già citata, o Technip, leader nel settore dell’avionica e dell’industria aeronautica che ha visto trasferire il suo quartier generale da Parigi a Londra.
Per non dire dei cinesi e dei qatariani che stanno mettendo le mani su interi pezzi dell’industria turistica, del commercio, dell’hôtellerie. Il colosso privato di Hong Kong Fosum si è preso il Club Med, vera icona dell’industria francese delle vacanze e ora punta alla Compagnie des Alpes. Il colosso pubblico (controllato dal Comune di Shanghai) Jin Jiang ha già il 12% della prima catena alberghiera francese Accorhotels e ora sgomita per arrivare alla minoranza di blocco (e forse per questo, per arginarli, è stato assunto l’ex presidente Nicolas Sarkozy: vedere ItaliaOggi del 23 febbraio). I fondi d’investimento del Qatar controllano da tempo i grandi magazzini Printemps (vedere il numero di marzo di Gentleman allegato a ItaliaOggi), il 10% di Accorhotels e fanno incetta di immobili prestigiosi a Parigi.
Ma non solo i colossi, le icone del capitalismo francese, passano di mano. Anche tante piccole e medie imprese con tecnologie all’avanguardia (per esempio, Withings, leader negli oggetti connessi, o Captain Train, leader nella prenotazione dei viaggi in treno) hanno trovato in questi anni nuovi padroni.
Secondo il barometro del Cncfa (Compagnie national des conseils en fusion et acquisitions), l’organizzazione professionale dei consulenti d’azienda specializzati in merger&acquisition, solo nel 2016 il 39% di queste piccole e medie aziende innovative, che dovrebbero essere il futuro del sistema economico, è passato in mani straniere.
Nella partita doppia del capitalismo globale, considerando fusioni e acquisizioni francesi all’estero e analoghe operazioni straniere in Francia, il saldo è negativo per i francesi. Secondo Mergermarket dal 2014 a oggi le operazioni francesi all’estero (comprese quelle citate all’inizio di questo articolo) sono arrivate a 133miliardi di euro. Le operazioni straniere in Francia sono state, invece, di 178 miliardi.
Anche in Borsa l’avanzata straniera si sente, eccome. I gruppi internazionali, comprese le società di private equity, pesano per il 45% sulla capitalizzazione delle principali aziende quotate al Cac40. Dieci anni fa non superavano il 36%. «On a un probleme, on manque d’actionnaires française», il grande problema è che i francesi investono sempre di meno in Borsa, spiega a ItaliaOggi Loïc Dessaint consulente finanziario a Proxivenst. Ci vorrebbero i fondi pensione, aggiunge. Li aveva promessi il ministro dell’economia Michel Sapin, ma non c’è riuscito.
Il rischio, dicono tutti i centri studi, è che dopo le elezioni presidenziali si apra una stagione di caccia mai vista per conquistare altri «fleurons» del capitalismo nazionale. E non ci sarà nessuno a difenderli nell’unico modo possibile. Con i denari.