Gazzetta dello Sport, 3 marzo 2017
Verdini condannato a nove anni
Il tribunale di Firenze ha condannato Denis Verdini a nove anni di reclusione per bancarotta e truffa ai danni dello Stato. Si tratta di una sentenza di primo grado, quindi non immediatamente esecutiva. I difensori di Verdini - grandi avvocati: Franco Coppi e Ester Molinaro - si dicono soddisfatti del fatto che i giudici abbiano respinto, per Verdini e per gli altri coinvolti, l’accusa di associazione a delinquere e annunciano il ricorso in appello dove si dicono certi che l’innocenza del loro cliente sarà riconosciuta.
• L’ipotesi di associazione a delinquere, benché respinta, fa capire che con Verdini erano a giudizio anche altre persone.
Sì, si sono trovati in tribunale in parecchi. I costruttori Riccardo Fusi e Roberto Bartolomei (5 anni e 6 mesi), il deputato del partito Ala Massimo Parisi (2 anni e 6 mesi per truffa all’editoria), il principe Girolamo Strozzi, presidente della Società Toscana di Edizioni, che editava l’edizione locale del Giornale di Berlusconi (un anno e mezzo con la sospensione condizionale della pena).
• Ma quanti erano gli imputati?
Gli imputati erano 43, i condannati sono 20. La camera di consiglio è cominciata venerdì scorso, cioè è durata quasi quattro giorni. Rispetto alle richieste dell’accusa (fino a 11 anni per Verdini) le pene risultano ridotte. Verdini, Fusi e Bartolomei sono interdetti per sempre dai pubblici uffici. Pesanti le condanne finanziarie: Verdini, con Parisi e altri dieci, deve versare immediatamente 2,5 milioni di euro come provvisionale (è un anticipo dei danni che secondo il giudice dovrà sicuramente risarcire), 20 mila euro come spese legali, gli stessi sono tenuti a versare un’altra provvisionale da 175 mila euro alla Banca d’Italia. Alle società Toscana di Edizioni e Sette Mari, controllate da Verdini, saranno confiscati più di nove milioni di euro.
• Ma che hanno fatto?
Per sommi capi: Verdini, editando l’edizione toscana del Giornale, ha fatto uso di cooperative, il che gli ha aperto la strada alla possibilità di incassare i contributi per l’editoria. I giudici hanno sentenziato che in questa attività la documentazione presentata per i rimborsi è risultata fraudolenta. I magistrati sostengono poi che Verdini adoperava i fondi del Credito Cooperativo Fiorentino, di cui è stato presidente fino al 2010, come un bancomat personale. Ricordiamo che la sentenza ha riflessi politici importanti: Verdini, fiorentino, uomo di Berlusconi e intimo di Matteo Renzi, è stato l’uomo chiave del cosiddetto patto del Nazareno, l’alleanza tra Renzi e Berlusconi. Sfumato, con l’elezione di Mattarella al Quirinale, l’asse tra i due, Verdini s’è messo in proprio con il movimento Ala (Alleanza Liberalpopolare - Autonomie), ha fatto accordi con gli ex montiani di Scelta civica e ha continuato a sostenere Renzi. Sostenere molto da vicino, voglio dire. Perciò la condanna macchia in qualche modo anche la posizione di Renzi, impegnato con le primarie del Pd in programma per il 30 aprile.
• Renzi è macchiato anche dalla faccenda Consip.
Già, dove però è implicato non lui, ma - casomai - suo padre Tiziano. E ieri abbiamo letto sulla Stampa un articolo in cui si spiega che i rapporti tra Renzi e suo padre sono piuttosto difficili, il figlio contesta al genitore un attivismo esagerato. Dalle rivelazioni Consip, in effetti, sembra che questo padre si sia davvero dato un po’ troppo da fare. Lo dico mentre ricordo che molte indagini della magistratura sono finite in nulla, a parte lo sputtanamento sui giornali dei presunti imputati. E il fatto che nessuno è davvero colpevole fino a sentenza definitiva. Vale per Verdini e vale anche per Tiziano Renzi, contro il quale non è ancora in corso neanche un processo.
• In che consiste questo guaio del padre di Renzi?
È una mega inchiesta sulla Consip condotta dal pm Mario Palazzi e dal procuratore aggiunto Paolo Ielo (lo stesso che indaga sulla Raggi e sui suoi amici del Campidoglio). La Consip è la centrale acquisti dello Stato, quella da cui dovrebbero passare tutti i ministeri quando hanno bisogno di comprare qualcosa. La dirige, per volontà di Renzi, l’ennesimo toscano, Luigi Marroni. Il quale ha rivelato ai giudici di aver subito pressioni dal padre di Renzi e da un altro imprenditore toscano che si chiama Carlo Russo, e che fino a ieri non avevamo mai sentito nominare, per far vincere certe gare molto ricche a chi dicevano loro. Nella medesima inchiesta è finito in cella Alfredo Romeo, l’elegante imprenditore napoletano che entra ed esce dalle patrie galere da parecchio tempo, risultando però del tutto senza macchia al momento dei vari processi. Romeo avrebbe ammesso che ungeva le ruote, contribuendo con i suoi tecnici perfino a scrivere i bandi di gara in modo che corrispondessero alle sue necessità, «perché fanno tutti così e io mi dovevo difendere». Insistiamo nella nostra idea che all’origine della corruzione generalizzata in questo campo stia proprio il sistema degli appalti. Oltre, naturalmente, all’enorme quantità di denaro pubblico di cui dispongono i politici per comprare consenso e farsi ricchi.