la Repubblica, 2 marzo 2017
«Corruzione ad altissimo livello»
Racconta Marco Gasparri, dirigente di Consip corrotto prima, “pentito” poi: «Romeo mi disse che aveva fatto un intervento sui vertici della Consip attraverso il massimo livello politico. Non mi disse chi era il politico o i politici presso i quali era intervenuto, ma mi disse che si trattava del “livello politico più alto”».
Era la fine dell’estate 2016, e l’imprenditore napoletano manovrava con la consapevolezza di avercela fatta. Seduto in quel suk che era il suo ufficio romano di via di Pallacorda, quattrocento metri da piazza Monte Citorio, seicento metri da Palazzo Madama, i palazzi del Potere.
Il “livello politico più alto”.
C’è una involontaria ricorrenza lessicale nelle parole di Gasparri. Eppure profondamente evocativa. Perché l’ultima volta che quel termine fece capolino nella storia giudiziaria del Paese correva l’anno 1994. L’Italia di Mani Pulite, del pool di Milano in cui Paolo Ielo, oggi procuratore aggiunto a Roma e titolare dell’inchiesta Consip, era il pm “ragazzino”. Era il 5 Ottobre. E il procuratore Francesco Saverio Borrelli, intervistato da Goffredo Buccini per il Corriere della Sera, segnalava che l’inchiesta Telepiù era arrivata “a livelli altissimi”. Un preavviso di quello che sarebbe diventato il più importante e dirimente avviso di garanzia della storia politica italiana. Quello a Silvio Berlusconi, da poco diventato, per la prima volta, presidente del Consiglio.
Ventitré anni dopo, è dunque di nuovo il “livello politico più alto” la posta in gioco di un’inchiesta che promette di incidere di qui alle prossime settimane, mesi, sul destino del Paese e di arrivare dritto al cuore del Pd, partito di maggioranza relativa nel governo. Non fosse altro perché pur nella genericità del richiamo – “livello politico più alto” – nell’ordinanza del gip Gaspare Sturzo si fa riferimento a un ultimo diaframma che, di fatto, è già caduto. Oltre il quale è una storia di «traffici di influenze» che porta al cuore del sistema di relazioni dell’ex presidente del Consiglio. Che ha nomi e cognomi. Tiziano Renzi, padre dell’ex premier e segretario del Pd Matteo, Luca Lotti, ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio ora ministro, Carlo Russo, imprenditore farmaceutico toscano di casa nella famiglia Renzi e maniglia di Romeo per scalare il cielo del potere renziano. E non solo per quello che – come leggete in queste pagine – racconta a Repubblica Alfredo Mazzei, svelando per la prima volta un incontro tra Tiziano Renzi, Carlo Russo e Alfredo Romeo. Non solo per il “pizzino” ripescato nella rumenta di via di Pallacorda in cui si legge la promessa di 30 mila euro a T. (dove la lettera dovrebbe evocare le iniziali di Renzi senior) per i servigi cui si sarebbe impegnato a beneficio dell’imprenditore napoletano. Ma per la nettezza dell’ipotesi di reato per la quale Tiziano Renzi sarà interrogato domani a Roma, così come documentata nell’epigrafe del decreto di perquisizione con cui, ieri, è stata rivoltata come un guanto l’abitazione di Russo.
«Carlo Russo e Tiziano Renzi, previo concerto, agivano sfruttando relazioni esistenti tra Tiziano Renzi e Luigi Marroni (Ad di Consip ndr.), e si facevano promettere indebitamente utilità a contenuto economico, consistenti nell’erogazione di somme di denaro mensili, come compenso per la loro mediazione verso Marroni in relazione allo svolgimento delle gare Consip».
Si dirà che le (asserite) colpe dei padri e degli amici dei padri non possono ricadere sui figli. E tuttavia, al netto di ciò che l’inchiesta della Procura di Roma riuscirà o meno a documentare a sostegno dell’ipotesi di “traffico di influenze” nella più grande commessa pubblica nel mercato europeo (2 miliardi e 700 milioni di euro), resta un dato politico grande come un macigno e difficile da aggirare. Che la porta del Giglio Magico non solo non si richiuse di fronte alle insistenze di un vecchio arnese come Alfredo Romeo, ma, al contrario, lo accolse per tirarlo a bordo o, quantomeno, questo gli promise, per tutelarne la rendita di posizione nel Grande Gioco della spartizione degli appalti pubblici.
In quel Sistema di cui Italo Bocchino discute da ex deputato e “consulente” con Romeo inconsapevole delle cimici che lo registrano e per il quale, a parità di costi della corruzione, sarebbe preferibile, per la Politica, che le tangenti venissero spalmate su più stazioni appaltanti, dunque su più aggiudicatari di gare pubbliche, allargando così il mercato di scambio governato dalla trimurti “tangenti – lavoro – consenso”. «Una delle pagine miliari del rapporto tra cattivo politico e pessimo imprenditore», chiosa il gip. E che, nelle parole di Bocchino, così recita: «Un politico può venire da te e chiederti sessantamila euro. Ma i mille pulitori sul territorio sono mille persone che danno cinquemila euro ciascuno. Sono mille persone che fanno un’assunzione ciascuno. Sono mille persone che quando voti si chiamano i loro dipendenti… Tu, Alfredo, i tuoi dipendenti non sai manco chi sono. Non te li puoi chiamare per dirgli “votate a Tizio”, “Votate a Caio”, no?».