la Repubblica, 2 marzo 2017
I NUOVI PILASTRI DEL MALAFFARE
Sì, la rottamazione c’è stata. Secondo i magistrati, la vecchia Tangentopoli sarebbe stata rimpiazzata da un nuovo modello di corruzione, che ancora non si sa se è assurto a sistema, ma di sicuro è arrivato a un «livello altissimo», tanto da coinvolgere il padre dell’ex premier. È una filiera ibrida, che fonde pratiche tradizionali e procedure innovative.
Unisce managerialità e familismo, facendo definitivamente tabula rasa dell’antica liturgia mazzettara. Ma oltre alle necessarie valutazioni sulle responsabilità penali e politiche di chi ha contribuito alla scorreria nella regia nazionale degli appalti, è importante decodificare i cardini della vicenda che mette a nudo tutti i meccanismi del malaffare moderno.
Anzitutto, c’è la conferma della scomparsa della centralità dei partiti. Anche in questa inchiesta, il mercato delle tangenti è in mano a clan trasversali, liquidi anzi gelatinosi nella capacità di infiltrarsi ovunque, che si fanno guerra a colpi di bustarelle e s’impongono agganciando il mediatore vincente: i soldi non bastano, servono gli uomini con le relazioni giuste. Sono i “facilitatori” che il giudice definisce «attivissimi nel produrre accordi, veri o falsi, individuare referenti reali o supposti, stabilire tangenti effettive o ipotetiche». Sono i padroni di una zona grigia che nessuno ha regolamentato, perché l’Italia non ha una normativa sulle lobby che renda trasparente il rapporto con chi promuove leciti interessi e definisca il confine dell’illecito. Un oscuro imprenditore come Carlo Russo da Scandicci quindi riesce ad avere accesso al vertice nazionale delle gare pubbliche e al governatore della Puglia, grazie all’amicizia con il padre dell’allora presidente del Consiglio e anche – come evidenziato dagli sms mostrati da Michele Emiliano al Fatto – a una forma d’accredito dell’allora sottosegretario di Palazzo Chigi Luca Lotti. E di tutti questi contatti, che di sicuro non riguardano la vita politica ma le dinamiche affaristiche, nulla viene mai alla luce.
Certo, la trasparenza da sola non basta. Perché ogni contratto assegnato da Consip segue procedure europee dove le possibilità di maneggio sono limitate. Ma proprio per questo si è inventata un’altra figura chiave, a cui finalmente Alfredo Romeo ha dato un nome: il prototipatore.
È un tecnico, estremamente competente, come quel Marco Gasparri che insegnava persino alla Bocconi le buone pratiche sull’esternalizzazione dei servizi pubblici. E che Romeo da anni aveva messo a libro paga, per condizionare le gare prima che venissero formulate e cercare di pilotarle sin dal bando: il modo migliore di battere la concorrenza è escluderla dal gioco, confezionando appalti tagliati su misura. Che nella Tangentopoli del terzo millennio burocrati e funzionari abbiano preso il sopravvento sui politici ormai lo confermano dozzine di processi. Ma cosa si fa per contenere questa deriva? Che forma di controlli sono stati introdotti? Nulla.
Negli atti delle inchieste, poi, ci sono altri funzionari altrettanto importanti per la prosperità delle camarille: uomini dello Stato che offrono una rete di sicurezza, mettendo sull’avviso chi incappa nelle indagini, segnalando microspie ed intercettazioni. Pure in questa istruttoria, i giudici parlano di «perduranti contatti con sedicenti ed effettivi appartenenti all’intelligence». E se un tempo si pescava nei bassi ranghi, adesso le indagini pullulano di generaloni d’ogni corpo.
A questa primazia dei funzionari di carriera si unisce il vizio più vecchio, quello che 35 anni fa Enrico Berlinguer denunciò nella celebre intervista a Eugenio Scalfari: le nomine nei consigli d’amministrazione degli enti pubblici decise esclusivamente in base alle logiche di potere. Un’irrisolta questione morale, che si specchia anche in questa storia, con Luigi Marroni, stimato ex top manager, ex funzionario di Asl a Firenze ed ex assessore toscano che però arriva al vertice della Consip per investitura di Matteo Renzi. Così fan tutti, per ogni incarico rilevante che si tratti di Eni o di Leonardo-Finmeccanica, di Enel e giù a scendere fino alle ricche municipalizzate degli enti locali. Il curriculum può essere impeccabile, ma il metodo della designazione è frutto di un peccato originale che è l’essenza della questione morale.
Infine c’è lo snodo del finanziamento. Con la scomparsa delle sovvenzioni pubbliche è diventato ancora più opaco grazie al lavorio di centinaia di fondazioni che incamerano fondi senza doverne rispondere. E mentre tutti dibattono di legge elettorale, nessuno si preoccupa di rendere tracciabile il denaro che alimenta le campagne elettorali, elemento altrettanto determinante per la correttezza della competizione democratica.
«I partiti non fanno più politica, i partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela», diceva Berlinguer nel 1981. Una diagnosi amara, attualissima nelle scene del tesseramento prezzolato di Napoli e nella spartizione degli appalti nazionali. Ma il tempo è scaduto e l’avanzata mondiale dei populismi più beceri si nutre della sfiducia verso questa politica. E perché torni ad essere credibile non bastano gli slogan: servono atti concreti.