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 2017  marzo 02 Giovedì calendario

Le sentite scuse (dopo più di un anno) del magistrato querelato da don Ciotti

«Va bene, va bene, mi scuso! Sono molto molto spiacente, mi scuso senza riserve. Offro una completa e assoluta ritrattazione...». Era dai tempi della mitica abiura dell’avvocato Archie appeso per i piedi in Un pesce di nome Wanda che non si assisteva a una retromarcia come quella che ieri, con le pubbliche scuse del giudice Catello Maresca a don Luigi Ciotti ha messo fine allo scontro più duro degli ultimi anni tra i protagonisti della lotta alla mafia. Una frase per tutte: «Mai ho pronunciato quelle parole che ovviamente non mi possono in nessun modo essere attribuite, parole che non condividevo e non condivido». Meglio così. Ma c’è qualcosa che non torna.
Le accuse
Ripartiamo dall’inizio? Di qua c’era Maresca, il pm napoletano della Direzione nazionale antimafia autore tra l’altro dell’inchiesta su Michele Zagaria e i Casalesi. Di là don Ciotti, bellunese trapiantato a Torino, anima e presidente prima del Gruppo Abele e poi di Libera, la rete di associazioni, enti e gruppi locali contro le mafie. Insomma, due icone della legalità schierate sullo stesso fronte finché il magistrato, nel gennaio 2016, aveva fatto il botto. Dando un’intervista a Carmelo Caruso, di Panorama, il cui titolo deflagrava così: «L’antimafia a volte sembra mafia. A iniziare da Libera, che non è più un esempio ma un pericolo». Tra le accuse riportate tra virgolette, eccone una: «Oggi per combattere la mafia è necessario smascherare gli “estremisti dell’antimafia”, i monopolisti di valori, le false cooperative con il bollino, le multinazionali del bene sequestrato. Osservo che associazioni nate per combattere la mafia hanno acquisito l’attrezzatura mentale dell’organizzazione criminale e tendono a farsi mafiose loro stesse».
«Sta parlando forse di Libera, l’associazione fondata da don Ciotti?», chiedeva il giornalista. Risposta: «Libera è stata un’importante associazione antimafia. Ma oggi mi sembra un partito che si è auto attribuito un ruolo diverso. Gestisce i beni sequestrati alle mafie in regime di monopolio e in maniera anticoncorrenziale. Sono contrario alla sua gestione: la ritengo pericolosa». Tesi ribadita, dopo le anticipazioni del settimanale, all’Ansa: «Libera ha svolto e svolge un ruolo fondamentale nella lotta alle mafie» ma «purtroppo, col tempo, a questo spirito iniziale volontaristico si sia affiancata un’altra componente, che potremmo definire pseudo imprenditoriale. Questo ha comportato, in alcune zone del Paese, come la Sicilia, che persone lontane dai valori iniziali abbiano potuto approfittare della fama di Libera per cercare di curare i loro interessi».
Don Luigi Ciotti saltò su furente e indignato: «Questo signore lo denunciamo domani mattina. Uno tace una volta, due volte, tre volte, ma poi si pensa che siamo nel torto. Il fango fa il gioco dei mafiosi». E dopo aver insistito sul fatto che «per la gestione dei beni confiscati Libera non riceve contributi pubblici» e che «sono pochissimi i beni assegnati a Libera, che gestisce solo sei strutture, di cui una a Roma e una a Catania, su 1.600 associazioni che la compongono», spiegò che sì, «il tema dell’infiltrazione è reale» e «le trappole dell’antimafia sono davanti ai nostri occhi» ma che proprio lui e i suoi avevano lanciato i primi allarmi facendo nomi e cognomi. Insomma: «È in atto una semplificazione per demolire il percorso di Libera con la menzogna».
Il giorno dopo, mentre sui giornali piovevano titoloni, nuova puntata: in un articolo scritto di suo pugno sul Mattino di Napoli, il pm se la prende con Ciotti anche perché l’ha chiamato «questo signore» (mentre lui l’ha «sempre chiamato con nome e cognome e con il suo meritato titolo») e sospira: «Sono rammaricato perché mi sarei aspettato una reazione diversa da parte sua e degli altri rappresentanti di Libera». Al di là di qualche distinguo, però, non smentisce nulla: «Il problema generale che io ho denunciato, rispetto al quale ho riscontrato alto interesse e condivisione, resterà». E mentre qua e là spuntano affettuosi pacieri, il fondatore di Libera aspetta per un mese e si decide. Querela.
Il mea culpa
Un anno dopo ecco il «mea culpa». Con una lettera di Catello Maresca indirizzata al «caro don Luigi» e ai «cari amici di Libera». Ricorda che «i nostri nemici sono altri e noi tutti li conosciamo bene e li sappiamo individuare, perché li combattiamo tutti i giorni» e giura: «Mi dispiace tantissimo per lo spiacevole equivoco che è nato a seguito della mia intervista a Panorama». Spiega che si trattava della sintesi di una chiacchierata «di oltre due ore», che molte sue «dichiarazioni non erano affatto riferite a Libera», che altre erano «frutto della libera interpretazione del giornalista di un concetto più articolato», che il suo unico scopo «era e resta quello di dire: stiamo attenti a non farci – tutti – strumentalizzare» e via così. Di più: rivendica di avere dato subito la sua «pronta smentita alla interpretazione offerta e pubblicata da Panorama» proprio nell’articolo sul Mattino già citato. Quindi elenca: «Mi dispiace perché mai ho voluto neanche lontanamente screditare il vostro quotidiano impegno sul campo delicatissimo dell’antimafia sociale, né mettere in dubbio il valore inestimabile della storia di Libera. Mi dispiace perché alcune mie considerazioni tecniche e tratte dalla mia esperienza operativa sono state strumentalizzate e utilizzate in una ingiusta e scorretta campagna di delegittimazione di Libera e del lavoro di molti volontari».
Meglio così, gli risponde a stretto giro Luigi Ciotti: «La lettera che ci scrive Catello Maresca è per Libera un gesto importante» perché quell’intervista «era stata per tutti noi motivo di sofferenza. Non solo per i giudizi ingiusti e non veri che conteneva, ma perché quei giudizi sono stati in seguito ripresi, amplificati, strumentalizzati da chi mira a screditare il nostro nome e la nostra storia».
Pietra sopra. Tutto è bene quel che finisce bene? In tribunale, dove lo scontro fratricida sarebbe stato letale, senz’altro. Resta però dell’amaro in bocca. Vabbé che, come ironizzò Gianfranco Fini ai tempi in cui dava la scalata al cielo, «le smentite non hanno scadenza». Ma forse val la pena che chi ha pubbliche responsabilità ricordi sempre un vecchio adagio veneto scherzoso ma non troppo: «Prima de parlar, tasi».