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 2017  marzo 02 Giovedì calendario

Disperatamente Giulia

Sei una signora padovana, madre di due figli. A 41 anni, pur usando la spirale, rimani di nuovo incinta per motivi che fatichi a capire. Non intendi inoltrarti lungo il sentiero della gravidanza, ma non ti rimane molto tempo: sei già al secondo mese, la legge te ne concede ancora uno soltanto, e tu nella legge ci credi. Così bussi al primo ospedale, quello della tua città. Ti dicono che non c’è posto. Bussi al secondo e la voce ti trema un po’ di più mentre racconti la tua storia a un funzionario in camice bianco, specialista in arrampicate sui muri, che ti biascica addosso una frase sghemba: «Mi spiace, siamo già al limite». Anche tu.
Ti rivolgi a Vicenza, Rovigo, Verona. Una dopo l’altra ti farai tutte le province venete, incassando sempre nuove scuse. Le vacanze imminenti. La lista d’attesa. Il medico obiettore. L’anestesista obiettore. Alla fine sono ventitré gli ospedali che ti sbattono la porta in faccia. Ventitré richieste intrise di imbarazzo, ventitré rifiuti distratti, ventitré ritirate umilianti. E ogni volta ti ritrovi, sempre più sola e sfiduciata, a chiederti: ma che razza di Stato è, questo Stato che non sa fare applicare le sue leggi e trasforma i diritti in elemosina? Ti rivolgi al sindacato e in extremis ti trovano uno strapuntino nell’ospedale della tua città, il primo che ti aveva respinto. Il tuo calvario laico si chiude dov’era cominciato. Ma sei tu, Giulia, che sei cambiata. Ora nella legge non ci credi più.