La Stampa, 2 marzo 2017
Il capolavoro di Le Corbusier icona perfetta e inabitabile
Quando uno studente di architettura incontra per la prima volta Le Corbusier immancabilmente lo «googola» alla ricerca delle prime immagini che lo proiettano nel mondo del genio svizzero, icona della modernità del secolo scorso e ancora uno degli autori più amati e discussi.
Una delle opere che carpisce la loro attenzione è Ville Savoye, monumento indiscusso dell’avanguardia del primo Novecento, bianca, sola in un arco di verde perfetto, pura nelle sue geometrie, quasi inarrivabile tanto che l’obiettivo del fotografo sembra non potersi avvicinare di più senza scalfire tanta, olimpica compostezza.
Queste immagini hanno nutrito il nostro immaginario per decenni e oggi la villa è sede della Fondation Le Corbusier, sorta di santuario dedicato alla tutela e conoscenza delle sue opere e pensiero.
Leggere con attenzione il libro di Susanna Caccia e Carlo Olmo La Villa Savoye. Icona, rovina e restauro (1948-1968), recentemente edito da Donzelli, ci restituisce un quadro completamente inatteso di quella fotografia, facendoci intuire la necessità che abbiamo oggi di andare sempre oltre le icone preconfezionate dalla Storia e dai motori di ricerca.
Il volume è un documento prezioso e unico per la capacità che hanno avuto i due autori di andare oltre il velo accomodante delle apparenze, dimostrando che l’esercizio della Storia è quello di porre sempre nuovi interrogativi e punti di vista spiazzanti a manufatti che sembrano essere consumati da centinaia di pubblicazioni e saggi.
Il lavoro di ricerca portato avanti da due punti di vista disciplinari che appaiono complementari ma che non sempre di parlano (la restauratrice e lo storico), trasforma la micro-storia della Villa Savoye in un’occasione metodologica importante perché legge l’edificio, i suoi documenti e materiali, come a un’unità indissolubile e, insieme, decifra senza timore le ragioni che hanno trasformato una rovina del moderno nella sua icona più rappresentativa.
Crediamo di conoscere bene la sua storia: nel 1929 Le Corbusier, architetto di origine svizzera, uno dei profeti riconosciuti dell’avanguardia europea, viene incaricato dalla famiglia Savoye di costruire una villa di campagna a Poissy. La realizzazione avviene abbastanza rapidamente ma da subito il manufatto comincia ad avere problemi tecnici che aprono una lunga stagione di lamentele da parte dei suoi committenti.
Dai primi passi assistiamo a un processo di sottile, ma sostanziale, sdoppiamento tra la vita reale della villa e l’immagine pubblica che invece Le Corbusier costruisce consapevolmente di quello che considera come uno dei suoi capolavori assoluti.
Villa Savoye entra immediatamente nella pagine delle riviste d’avanguardia di tutto il mondo, è esposta con un modello e disegni (ma non fotografie) al MoMa nel 1932, pubblicata nell’Ouvre Complète di Le Corbusier due anni dopo e in tutti i testi storico-critici che definiranno negli anni i capisaldi del Movimento Moderno del ’900.
Nel frattempo nel 1932 i Savoye definiscono la villa «inabitabile» entrando nel novero degli abitanti di quelle icone della modernità meravigliose da godere in fotografia ma impossibili da utilizzare nel quotidiano. Con la guerra la villa viene prima occupata dai tedeschi e poi dagli americani e nel 1948 i primi visitatori dopo la fine della guerra la descrivono come una rovina.
Ed è da quest’anno che comincia la narrazione di una storia nuova, costruita come una crime story da Caccia e Olmo attraverso l’analisi ossessiva e necessaria di centinaia di documenti, relazioni, corrispondenze, fotografie, nella maggior parte dei casi praticamente inedite, che ci spiegano come Le Corbusier sia il mandante multiplo e determinato di un processo che porta questa rovina a rischio di demolizione a diventare l’icona perfetta, originale, dell’architettura moderna europea.
Nessuno come il maestro svizzero è consapevole del ruolo della comunicazione che gioca, sia a scala nazionale, attraverso le pressioni sul ministro della Cultura André Malraux, e grazie a un network internazionale che amplifica la necessità di salvare la villa trasformarla in un’istituzione dedicata all’architettura moderna.
Il risultato finale è la dichiarazione della villa come «patrimonio storico» e l’avvio di un restauro in cui Le Corbusier gioca un ruolo centrale nell’imporre ai tecnici che si succedono un’idea originale del progetto che in alcuni passaggi non corrisponde all’opera costruita per i poveri Savoye! Autorialità, icona e mito prendono il sopravvento sulla realtà e il risultato finale, quell’immagine perfetta che oggi incontriamo a Poissy, pone più di un problema a chi affronta il delicato tema del restauro dell’architettura moderna. Vero? Falso? Presunto tale? Questa appassionante storia d’architettura c’insegna che non può esistere distinzione tra oggetto materiale, il suo immaginario e le storie che lo hanno abitato e generato consegnandocelo vivo e pronto per essere osservato senza timori reverenziali.