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 2017  marzo 02 Giovedì calendario

Mosul, parte dal passato la battaglia per il futuro

Mercanti e viaggiatori hanno raccontato nei secoli la sua bellezza. Mosul è una città magnifica e circondata da terre fertili, ha scritto Ibn Hawqal, che si fermò qui sulla via della Sicilia, nel 968 d.C.. Per il geografo arabo al-Muqaddasi, che la visitò più o meno negli stessi anni, era «splendidamente costruita»: una cittadella con forti mura e torri che difendevano mercati coperti, e la Moschea del Venerdì ristrutturata da Marwan, quarto califfo omayyade, nel VII secolo. Ospitava eruditi, c’erano parchi, terme, si banchettava con frutta e carni squisite. Le case, di tufo e marmo, avevano tetti a cupola, scrive Ibn Jubayr, viaggiatore e poeta arabo-andaluso che passò per Mosul nel 1184. L’esploratore marocchino Ibn Battuta, nel XIV secolo, la descrive così: «Mosul è una città antica e prospera, la cui fortezza (…) è celebre per la sua forza. (…) Le mura sono talmente spesse che al loro interno ci sono camere». Sia nelle Mille e una notte sia negli scritti di Marco Polo compare un leggero e pregiato tessuto, la mussola, che da qui prende il suo nome.
Non sono più i filati, i marmi, i vivaci mercati di Mosul a portare alle cronache oggi la seconda città irachena per numero di abitanti. Bensì le sue guerre, le battaglie, gli scempi dello Stato Islamico – che l’ha conquistata nel 2014 – contro i suoi monumenti e luoghi di culto sia islamici sia cristiani, contro i suoi abitanti.
La furia iconoclasta
A maggioranza musulmano-sunnita, la città è da sempre crogiolo di religioni ed etnie: vi hanno abitato sunniti, sciiti, cristiani, ebrei, curdi, yazidi, turcomanni. Pochi giorni fa è partita la seconda fase dell’operazione dell’esercito iracheno per riconquistarla. Ci sono voluti tre mesi per strappare all’Isis la parte Est della città, ora si combatte per l’Ovest. La battaglia per il futuro di Mosul non è soltanto militare. Il British Museum sta formando esperti iracheni. L’obiettivo: riaprire il museo di antichità assire distrutto dall’Isis. Dal 2014 la furia iconoclasta si è abbattuta sulle antiche rovine delle città assire di Ninive e Nimrud, di Hatra, costruita nel III secolo dall’impero seleucide, sulla tomba di Nabi Yunis, Giona nella Bibbia, sul museo cittadino e la biblioteca con preziosi manoscritti...
Bastione del partito Ba’ath negli anni del rais Saddam Hussein, Mosul fu il primo laboratorio nel 2003, durante la guerra, per le teorie della «counterinsurgency» del generale americano David H. Petraeus, che attraverso la presenza militare ma anche il contatto con la società locale e i leader tribali riuscì momentaneamente a pacificare l’area. L’anno dopo, quando il generale e i suoi soldati lasciarono la città, la situazione precipitò. Mosul divenne una delle roccaforti di al-Qaeda nel Paese, mettendo così fine a secoli di convivenza tra culture diverse.
Mosul in arabo è al-Mawsil, da wasala, connettere, perché si trova in una zona dove diversi rami del Tigri si riuniscono. In antichità era Ninive, capitale assira, citata nella Bibbia, sulla sponda orientale del fiume. È qui che si trovava la tomba del profeta Giona, inviato da Dio ad annunciare la distruzione della città peccatrice, violenta e guerrafondaia. Che si pentì e fu risparmiata.
Un’area strategica
Nella piana di Mosul sono sorte e cadute dinastie e civiltà. Grandi popoli e condottieri hanno combattuto per la conquista della città da quando il sovrano assiro Sennacherib fece di Ninive nel 700 a.C. la capitale del suo impero: Alessandro Magno, Saladino, Solimano il Magnifico, persiani, arabi, ottomani, britannici… Hanno tutti desiderato il controllo di un’area strategica. Oggi nulla è cambiato. La città resta un luogo, se non da conquistare, almeno «da negare ai propri rivali», ha scritto l’Economist: «Per i turchi è una barriera contro l’espansione dell’influenza dell’Iran a Ovest. Gli arabi temono quelle che reputano aspirazioni neo-ottomane del presidente turco Recep Tayyip Erdogan di riconquistare la città. Per arabi iracheni e curdi, Mosul è cruciale per il controllo del Nord del Paese».
A pagare sono gli abitanti della città e la sua millenaria cultura. Per comprenderne la ricchezza basti pensare che sulle rovine dell’arsenale di Sennacherib è stata in antichità costruita una chiesa, e sopra le fondamenta della chiesa è sorta la moschea del profeta Giona. In questi giorni gli archeologi hanno scoperto che l’Isis dopo aver distrutto la moschea nel 2014 ha scavato tunnel, dove sono state da poco ritrovate iscrizioni cuneiformi parte di un palazzo assiro del 600 a.C. Il timore è che gli estremisti abbiano rubato numerosi artefatti.
Mosul è anche stata, fino agli Anni 20 e 30 del XX secolo, centro del cristianesimo iracheno, con le sue chiese e i suoi monasteri costruiti sulle vicine colline, alcuni dei quali distrutti o sfregiati dalla furia jihadista. I cristiani perseguitati nei secoli erano fuggiti dalle piane centrali dell’Iraq per rifugiarsi più vicini alle montagne. Il cristianesimo qui è antico: risale al tempo degli apostoli. Gli ultimi cristiani – per la maggior parte assiri – hanno lasciato Mosul quando nel 2014 l’Isis ha dato loro un ultimatum: convertirsi, pagare una tassa, andarsene o essere uccisi. Molti hanno portato con loro antichi manoscritti, pergamene, artefatti per salvarli dalla follia estremista.