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 2017  marzo 02 Giovedì calendario

«Io respinta da 23 ospedali». Aborto, l’odissea di una donna

Respinta da 23 diversi ospedali prima di poter abortire, in extremis, entro il termine di legge dei primi 90 giorni della gravidanza. È accaduto a Padova ad una donna di 41 anni, madre di altri due figli che, nonostante le precauzioni assunte, era rimasta incinta.
Un calvario che l’ha portata a contattare strutture sanitarie dell’intero Nordest: partendo dalla sua città di residenza, ha provato in tutte le cliniche pubbliche del Veneto, spingendosi poi fino a Trieste e a Bolzano.
Medesimo l’esito infausto dei suoi appelli, seppur con diverse motivazioni: da quella principale, legata alla difficoltà a reperire un medico non obiettore, ai tempi di attesa che non corrispondevano all’urgenza di intervenire nei primi tre mesi, alla burocrazia. L’epilogo favorevole rispetto alla volontà della donna si è avuto solo grazie all’intervento della Cgil, che ha forzato le istituzioni ad individuare una soluzione repentina.
«Mi domando che senso abbia fare una legge per dare diritto di scelta e poi non mettere nessuno nelle condizioni di farlo – ha detto la donna, tramite i sindacalisti che ieri hanno reso nota la vicenda –. Lo trovo offensivo, inutilmente doloroso».
Pur confermando l’accaduto, Domenico Scibetta, direttore generale dell’Azienda Ulss 6 Euganea – che si compone di 103 Comuni con una popolazione di poco meno di un milione di abitanti – lo colloca in un altro periodo temporale rispetto all’attuale, assicurando che ad oggi la situazione è sensibilmente mutata.
«Secondo le nostre verifiche – ha ricordato –, il fatto increscioso, per il quale indirizziamo a questa donna tutta la nostra solidarietà umana, è successo alla fine del 2015 e va anche ricordato che, da quanto riscontrato, in moltissimi dei casi descritti il contatto è stato solamente telefonico, con le incomprensioni e i limiti che questa modalità può causare».
I dati dell’ultimo anno parlano, invece, di un accesso regolarizzato: «Ci sono state 529 interruzioni volontarie di gravidanza nei tre poli in cui viene erogato il servizio, con attese che vanno da dieci giorni ad un mese, senza che venga mai meno la garanzia di concludere il percorso nel rispetto del tempi imposti dalla normativa. Un risultato raggiunto nonostante da noi operino solo 8 ginecologi non obiettori sui 41 totali».
Rassicurazioni che non hanno placato l’ira della Cgil che, oltre ad aver denunciato il calvario della donna, reclama misure efficaci: «Le leggi si applicano e le sentenze si rispettano – ha commentato la responsabile nazionale delle “Politiche di genere” Loredana Taddei –: mi riferisco alla 194, che a quasi 40 anni dalla sua approvazione è sempre meno garantita, e ai recenti pronunciamenti del Consiglio d’Europa, che hanno sancito che in Italia le donne che cercano accesso ai servizi di aborto continuano ad avere di fronte una sostanziale difficoltà, mentre medici e personale sanitario che non hanno optato per l’obiezione di coscienza vengono discriminati». «Una donna che gira a vuoto 23 ospedali nel civile Nordest e che non riesce a trovare una struttura in grado di garantirle il diritto ad abortire è il segnale gravissimo di una profonda retrocessione del Veneto nel campo dei diritti e della salute», ha invece affermato la consigliera regionale del Pd Alessandra Moretti, che ha chiesto al governatore Luca Zaia di aprire un’indagine interna alla sanità regionale.