ItaliaOggi, 2 marzo 2017
Arabia, qualcosa si sta muovendo. Intervista a Liisa Liimatainen
«Piccoli passi ma ci sono. Ho incontrato una giovane, appena lasciata dal marito il quale aveva voluto il divorzio. In quel caso le donne, in Arabia Saudita, devono tornare nella casa paterna. Lei si è rifiutata, è intervenuto il giudice che le ha fatto scegliere: o il ritorno dal padre o sette mesi di prigione. Ha scelto il carcere. Poi ho conosciuto un’imprenditrice che viaggia in taxi perché non le è consentito di guidare l’auto, neppure se è da sola. Il taxi sì, anche se è guidato da un uomo lei lo può utilizzare. E si trova in auto sola con lui. Che logica c’è in tutto ciò?». A raccontarmi questi episodi è Liisa Liimatainen, corrispondente della tv finlandese per il Medio Oriente per quasi 25 anni. Aggiunge: «L’Arabia Saudita è il Paese del Medio Oriente più conservatore e più chiuso, quello che vieta alle donne di guidare o di uscire da sole. Però ho fatto amicizia con imprenditrici molto brave, ho visitato università senza barriere tra maschi e femmine dove queste ultime sono il 60% degli iscritti, sono entrata in negozi gestiti da donne, negli ospedali ci sono medici donne e sono spesso le più brave, insomma anche in quella società qualcosa si sta muovendo e le contraddizioni prima o poi esploderanno».
Domanda. Quali contraddizioni, per esempio?
Risposta. A causa del basso prezzo del petrolio ci sono meno risorse da elargire alla popolazione e quindi il consenso verso chi sta al potere si affievolisce ma soprattutto c’è tanta disoccupazione e questo mette in crisi la famiglia patriarcale perché l’uomo, se si ritrova disoccupato, non riesce più a sostenere, da solo, i genitori anziani, la moglie che non lavora, i figli. Anche per questo c’è qualche tolleranza in più verso il lavoro femminile. L’indice della disuguaglianza di genere (Gender Inequality Index) compilato dalle Nazioni Unite colloca l’Arabia Saudita al 145esimo posto su 148 Paesi nella possibilità di inserimento nel mondo del lavoro delle donne. La crisi economica può aiutare a superare questo primato negativo.
Liisa Liimatainen ha vissuto anche in Francia e ora abita in Italia. Ma continua ad analizzare e studiare il mondo arabo. Ha appena pubblicato il libro «L’Arabia Saudita: uno Stato contro le donne e i diritti» (Castelvecchi). Sostiene che se l’Occidente vuole, anche nel suo interesse, che il mondo arabo si evolva verso forme di democrazia dovrebbe sostenere questa lunga marcia delle donne perché è da loro che possono ripartire quelle primavere arabe che non sono riuscite, nella prima ondata, a raggiungere i loro obiettivi.
D. Non c’è però il pericolo che pressioni e interventi esterni da parte dell’Occidente finiscano per rafforzare l’autoritarismo in questi Paesi?
R. Il leti motiv di molti dei miei incontri in Arabia è stato: «se non siamo pronti a pagare un prezzo non cambierà niente». C’è consapevolezza che solo dall’interno può scaturire la scintilla del mutamento. Però all’Occidente si chiede di finirla con la complicità, chiudendo gli occhi sulle esecuzioni, sulla repressione, sulla mancanza dei diritti anche più elementari. L’ambasciatore dell’Arabia presso le Nazioni Unite è stato eletto presidente del comitato dei diritti umani che ha tra l’altro il compito di indicare gli esperti Onu sui diritti umani. È ovvio che simili decisioni siano vissute come un tradimento da parte di chi cerca tra mille difficoltà di creare qualche spazio di libertà. Poi non si può sottacere l’errore dell’appoggio dato dall’Occidente ai gruppi islamici più ortodossi e radicali nell’illusione di potere così meglio controllare il Medio Oriente e il suo petrolio. Al Qaeda e l’Isis sono figli di questa politica sbagliata che ha finito per imbrigliare il dinamismo di quelle società ma anche per finanziare indirettamente il terrorismo delle cellule più violente verso l’Occidente. Mi parte che ancora manchi una riflessione seria su tutto questo.
D. È la paura della repressione che frena la spinta delle donne all’emancipazione?
R. Il controllo del potere è severissimo. Con circospezione si guardano, attraverso la parabola, le tv straniere, si usa Twitter e si postano blog. Ma basta una delazione o una parola fuori luogo e sono guai. Però, in verità, c’è da aggiungere che uomini e donne hanno introiettato nella propria cultura il principio dell’obbedienza a qualcuno, al re, al capo religioso, al capo villaggio, al padre, al marito. Le donne sono particolarmente sottomesse ma anche l’uomo deve giurare fedeltà a chi rappresenta il potere. E questo sentimento radicato e diffuso per cui si deve obbedienza è spesso una remora alla ribellione.
D. Però l’uomo sembra non volere cedere un centimetro del suo potere sulla donna.
R. Infatti occorre sensibilizzare gli uomini perché comprendano le conseguenze sulla società del reiterato mancato rispetto dei diritti femminili. Questa situazione alla fine penalizza tutta la società, anche gli uomini. Ma una cultura atavica non è facile da superare.
D. Per la prima volta, nel 2015, le donne hanno avuto la possibilità di votare.
R. Se n’è parlato molto sui giornali ma in realtà, e senza sottovalutare il valore simbolico della decisione, la partecipazione delle donne al voto è stata irrisoria. Sia perché per votare occorreva un documento di identità e la maggior parte delle donne ne sono prive perché il marito glielo impedisce, sia perché si trattava di elezioni regionali e quindi poco significative. Del resto in Arabia non ci sono elezioni nazionali, non c’è un parlamento né una costituzione né leggi che non siano la Shari’a, quindi quel voto era ininfluente e poche hanno sfidato il maschilismo e si sono recate a votare.
D. Spesso si dibatte se l’Islam può essere riformato dall’interno.
R. L’Islam è variegato, non si può generalizzare. Laddove è meno compenetrato col potere politico è una religione che si evolve come le altre. Invece in Arabia Saudita la paranoia religiosa supera spesso il confine del buon senso. L’interpretazione saudita prevalente dell’Islam ha generato una confusione culturale nella quale è emerso solo l’Islam più tribale, che ha prevalso sul testo coranico. Però non dobbiamo rinunciare alla speranza. Ci sono studiose dell’Islam che stanno riuscendo a dare un’ interpretazione dei testi religiosi in una prospettiva più femminile, verso il rispetto dei diritti delle donne. Non è facile perché tutto il sistema giudiziario, basato sulla Shari’a, è gestito da uomini con una formazione religiosa ultraconservatrice, ma è un processo che va incoraggiato.
D. Smuovere l’Arabia Saudita significherebbe incidere su tutto il Medio Oriente islamico?
R. Sì. Per decenni l’Arabia Saudita ha utilizzato i suoi petrodollari per esercitare, in vari modi, la propria influenza sulle comunità musulmane e sulle interpretazioni dell’Islam di altri Paesi, combattendo coloro che vogliono interpretare l’Islam affinché esso possa vivere all’interno della storia e dei cambiamenti. Proprio per questo motivo, se le forze sociali che ribollono nell’Arabia Saudita di oggi cominceranno realmente a cambiare il proprio Paese, è indubbio che questo avrà delle forti ripercussioni anche sulla vita del restante miliardo e mezzo di musulmani del mondo.